lunedì 6 giugno 2016

NUDEODEON (1978)

Regia: Franco Martinelli (alias Marino Girolami).
Fotografia: Maurizio Centini.
Direttore di Produzione: Sergio Garrone.
Dialoghi: Enzo Gicca.
Musiche: Vassil Kojucharov.
Edizioni Musicali: Cam.
Aiuto Regista: Fernando Poggi.
Aiuto Operatore: Carlo Marotti.
Fotografo di Scena: Vincenzo d’Onofrio.
Costumista: Laila Visintini.
Produzione e Distribuzione: Seven Film.
Interpreti: Doroty Flower, Mary Govert, Margaret Harrison, Kerina Mulligham, Mary (Marina) Lotar (Frajese), Barbara Manson, Tiony Flest.
 censura: 72588 del 16-11-1978

Nudeodeon parafrasa il titolo di una fortunata trasmissione televisiva (Odeon) che per prima ebbe il coraggio di mostrare un nudo femminile frontale, realizzando un finto studio sui costumi sessuali mondiali. Si comincia e si finisce con l’esposizione di simboli fallici, statue e dipinti a tema erotico, risalenti alla civiltà etrusca e greca. La morale non troppo profonda è che tutto il mondo è paese, il sesso unisce, come interesse fondamentale del genere umano.
Nudeodeon è girato da Marino Girolami (1914 - 1994), un prolifico veterano che firma alcune opere con il nome di Franco Martinelli, oltre a questa ricordiamo il poliziesco Roma violenta. Il mondo movie sexy è un genere datato che serve a mostrare alcuni nudi femminili con la scusa del documentario. In questo caso la produzione (Seven Film) possiede del materiale prelevato da un documentario americano degli anni Sessanta, chiama un regista esperto come Girolami per girare alcune parti erotiche di raccordo e modernizzarlo. Ma la cosa peggiore sono le due fastidiose voci fuori campo incaricate di recitare dialoghi ai limiti dell’assurdo. Tutto suona falso fin dalle prime immagini, non c’è neppure il dubbio sulla veridicità che accompagna i lavori - di ben altro spessore - di Gualtiero Jacopetti. Segnaliamo una fotografia sporca di Maurizio Centini, sola cosa da ricordare in un film che si può rivedere solo come reperto storico.
La parte documentaria ci porta in Polinesia, Copenaghen, Africa, New Jersey, Inghilterra, Messico, Italia e Svezia, ma ogni spezzone è infarcito di sequenze erotiche ai limiti del porno, in alcuni casi interpretati da attrici specializzate come Marina Lotar. Vediamo l’amore libero in Polinesia con i nativi obbligati a soddisfare le loro donne ben cinque volte al giorno, molto voyeurismo e stucchevoli discorsi su femminismo e omosessualità, ma anche i liberi costumi delle ragazze danesi e svedesi. Fantasia sbizzarrita ai limiti del ridicolo, ma anche cattivo gusto condito di battute omofobe a base di “uomini che imitano le donne” e sequenze di parrucchieri gay che elargiscono servizietti ai clienti. Gli sceneggiatori s’inventano una scuola inglese dove gli studenti amoreggiano tra i banchi invece di ascoltare noiose lezioni, ma anche balletti messicani sulle tombe dei cari estinti nel giorno dei morti. Molte scene sono girate in studio e nei night, come la parte in cui Marina Frajese interpreta una padrona di casa americana intenta a organizzare un’orgia per gli ospiti. I geyser afrodisiaci sono un’altra trovate dei soggettisti, tanto per far vedere sequenze di rapporti erotici a bordo di una roulotte, così come è un’altra balla incredibile la storiella dei tedeschi rimasti in Papuasia per praticare sesso sfrenato con le native. Si procede così, tra zummate e fotografia in quattro colori, con inserti che mettono in primo piani nudi femminili, masturbazioni, giganteschi vibratori e sequenze di rapporti sessuali. Marco Giusti non ha visto il film perché parla di “un misterioso piccolo porno anni Sessanta che Girolami adatta per i nuovi gusti anni Settanta inserendo nuove scene molto più piccanti. Cast di sconosciuti. Film invedibile”. Noi l’abbiamo visto. Siamo stati fortunati. Tutti gli altri dizionari di cinema non ne parlano perché non sanno che dire. Colmiamo una lacuna, anche se il film non merita più di tanto. Molto qualunquismo e nessuna scientificità, tanto razzismo e parecchio sesso inserito in maniera posticcia, accompagnato da commenti che vorrebbero essere ironici, ma che risultano soltanto stupidi. Il film ha fama di pellicola hard, sembra che sia stato sforbiciato dalla censura italiana, ma nella copia da noi visionata non abbiamo visto penetrazioni, anche se le sequenze di masturbazione sono molto esplicite. Vero è che molto spesso la pellicola sembra interrompersi al momento giusto, con un taglio provvidenziale, mentre l’attrice di turno sta per fare sul serio. Tra le peggiori battute di un dialogo - davvero osceno! - curato (si fa per dire) da Enzo Gicca: “Se muore un bambino nero che importa? Ce ne sono tanti!”. Ho riascoltato diverse volte per vedere se avevo capito bene. Anche questa era l’Italia degli anni Settanta. Non la rimpiangiamo troppo. 

Recensione a cura di:

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