lunedì 10 agosto 2015

GIORNI D'AMORE SUL FILO DI UNA LAMA (1972)

Regia/Director: Giuseppe Pellegrini [M. Mollin]
Soggetto/Subject: Camillo Fantacci
Sceneggiatura/Screenplay: G. Pellegrini, Dante Casaretti
Interpreti/Actors: Peter Lee Lawrence [Karl Hirenbach], Erika Blanc, Ivana Novack, Enzo Loglisci, Fausto Del Chicca, Ubaldo Pasqualetti, Vanna Castellani, Silvano Tranquilli, Pietro Torrisi, Carlo Papi, Orazio Stracuzzi, Fabio Garriba, Giorgio De Lullo
Fotografia/Photography: Mario Vitale
Musica/Music: Gianfranco Di Stefano, Felice Di Stefano
Montaggio/Editing: Enzo Alabiso
Produzione/Production: Attias Cinematografica
Distribuzione/Distribution: Indipendenti Regionali
censura: 61596 del 30-12-1972

Stefano (Peter Lee Lawrence), figlio di un ricco industriale, conosce a Venezia la bella Lidia (Erika Blanc). Tra i due sboccia l’amore e presto decidono di sposarsi. Ma mentre Stefano si trova all’estero per lavoro, gli giunge notizia, tramite il padre, della tragica morte della fidanzata in un incidente d’auto. Sconvolto, Stefano non riesce a darsi pace. Nemmeno il corteggiamento di un’altra ragazza benvista dalla sua famiglia riesce a distoglierlo dal dolore. Un giorno, casualmente, scorge per strada una donna del tutto identica alla defunta. Chiede di lei, indaga, e scopre che si tratta di una giornalista. Tenta di incontrarla, ma è ostacolato da un malavitoso di provincia che ricorre alla persuasione attraverso metodi violenti. Il giovane è nel più totale sbalordimento: non capisce cosa stia accadendo. Non demorde, e quando finalmente riesce a incontrare l’amata faccia a faccia, la scopre invischiata in un traffico di droga nella Livorno dei bassifondi. Lidia non è mai morta, era tutta una macchinazione. Cosa è accaduto?, come fare per uscirne, tanto più che anche la polizia è ora sulle loro tracce?

Erika Blanc (qui accreditata nei titoli di testa Erika Blank, con una K in più, ma il vero nome è Enrica Bianchi) è per l’ultima volta insieme sullo schermo con lo sfortunato attore tedesco Peter Lee Lawrence (nome d’arte di Karl Hyrenbach). Li legava una bella amicizia, ed avevano già recitato insieme in Testa di sbarco per otto implacabili (1968), La mano lunga del padrino (1972) e l’affascinante Amore e morte nel giardino degli dei (1972). Peter morì a soli trent’anni, dopo un nero periodo di crisi dovute a un tumore al cervello. Si parlò di suicidio, ma la Blanc ha smentito. Interprete di fotoromanzi e di molti film western, negli ultimi anni di una breve ma prolifica carriera recitò in diversi drammi con derive tra il sentimentale e l’erotico (da ricordare il poco conosciuto Il mio corpo con rabbia, che vide anche la partecipazione di Massimo Girotti). Giorni d’amore sul filo di una lama è uno di questi; opera singolare e poco nota, commistione di generi, tra il lacrima-movie (senza bambini) e il noir. Alla regia c’è Giuseppe Pellegrini, poliedrico autore genovese: attore di teatro, scrittore di racconti, sceneggiature di film di genere negli anni 60 e di hard negli 80, nonché regista di alcuni documentari. In questo dramma sentimentale la sua regia è agile e moderna: la cinepresa è spesso sorretta a mano negli esterni e nei dialoghi, compie curiosi movimenti con una interessante e del tutto personale gestione degli spazi, ed è supportata da un buon ritmo di montaggio. Problema di molte produzioni similari dell’epoca consisteva infatti nella lentezza (involontaria) con cui venivano spesso accompagnate storie che altrimenti si sarebbero risolte nella metà della loro durata. Qui lo spettatore viene preso per mano e accompagnato in un improvviso intrigo che s’impone al dramma iniziale, che incuriosisce e trascina per scoprirne la soluzione. Non solo: chiusasi l’ellissi, il finale ne apre una seconda, lasciando chi guarda nell’interrogativo se ci sarà o meno un lieto fine oltre i titoli di coda. Unica pecca, forse, è da riscontrarsi in una certa ingenuità di fondo che indebolisce e sminuisce la credibilità e le azioni dei personaggi. Una maggior malizia di fondo, soprattutto nei dialoghi, avrebbe giovato. Ma si tratta di un racconto, sebbene intricato, gestito con onesta semplicità, la medesima, volendo lanciare un pensiero affettuoso allo sfortunato Lawrence, dei fotoromanzi da lui interpretati. La partecipazione di Silvano Tranquilli è limitata alla seconda parte del film, quando ci troviamo nel pieno dell’atmosfera noir. Pellegrini e il suo occhio da documentarista, regala con eleganza, di raccordo tra una sequenza e l’altra, scorci delle bellezze monumentali di Venezia, Pisa, Firenze e Livorno. 

Recensione a cura di:




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