venerdì 30 gennaio 2015

INGRID SULLA STRADA (1973)


Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Brunello Rondi.
Aiuto Regista. Alessandro Perrella.
Fotografia: Stelvio Massi.
Montaggo: Marcello Malvestito.
Musica: Carlo Savina (composta e diretta).
Scenografia, Costumi: Carlo Leva.
Direttore di Produzione: Pietro Nardi.
Produttore: Carlo Maietto per Thousano Cinematografica.
Collaboratore alla Produzione: Dino Mattielli.
Organizzazione Generale: Vincenzo De Leo.
Interpreti: Janet Agren, Francesca Romana Coluzzi, Franco Citti, Fred Robsahm, Bruno Corazzari, Marisa Traversi, Luciano Rossi, Enrico Maria Salerno, Rosario Borelli, Silvana Panfili, Gino Cassani, Mariama Camara, Franco Garofalo, Patrizia Mayer, Ivana Pepe, Tony Askin, Ignazio Bevilacqua, Fulvio Mingozzi, Antonio Luigi Guerra, Alessandro Perrella, Mauro Vestri.
censura: 62876 del 11-10-1973

Ingrid sulla strada (1973) è un film molto curato che si avvale della fotografia di Stelvio Massi e delle musiche intense e suadenti di Carlo Savina. Janet Agren è l’affascinante e tormentata interprete principale, ma sono degni comprimari la prostituta tutta cuore Francesca Romana Coluzzi e il borgataro neonazista Franco Citti. Bravissimo Enrico Maria Salerno nei panni del borghese vizioso che si eccita con donne di strada, fingendo una resurrezione della moglie durante una seduta spiritica. Completano il cast un allucinato Fred Robsham, pittore informale di taglio sessantottino, Bruno Corazzari e Franco Garofalo.
Ingrid sulla strada dimostra ancora una volta le intenzioni psicologiche di Rondi che vanno di pari passo alla condanna delle convenzioni borghesi, a un netto anticlericalismo e all’analisi pasoliniana delle borgate romane. Ingrid è una ragazza finlandese che scappa di casa dopo essere stata violentata dal padre (lo scopriamo soltanto alla fine grazie a un ottimo flashback onirico) e decide di fare la puttana per vivere. Rondi è attento ai particolari, regista formalmente pregevole, dotato di un preciso stile, realizza sin dalle sequenze iniziali una pregevole fotografia nordica. Janet Agren è in fuga verso Roma, si rifà il trucco nel bagno, toglie gli slip (“Non li metterò mai più”, dice), indossa stivaloni alla moda e vistosa minigonna. La scena durante la quale si fa possedere in piedi nel bagno dal suo primo uomo e subito dopo esige una forte somma di denaro è molto cruda, anche se poco realistica. Ingrid è una puttana sui generis, acquista riviste porno per documentarsi, non vuole confidenze dai clienti, non si spoglia completamente, si vende agli uomini e festeggia la sua scelta di vita. Rondi insiste sui particolari erotici ma la visione delle nudità della bella svedese non è gratuita. Ingrid incarna lo spirito ribelle e anticonformista tipico del periodo storico, scandalizza una signora anziana, paga il biglietto sul treno con i primi soldi guadagnati e si ritrova a Roma. Stelvio Massi realizza una bella fotografia di Roma, il regista ci conduce per mano in piazza del Vaticano, scopre la scalinata di piazza Navona e gli angoli più suggestivi della capitale. L’incontro con la prostituita Claudia (Francesca Romana Coluzzi) avviene in modo surreale, ma Rondi non si cura di rendere credibili le situazioni, quanto di comunicare l’idea che ha in mente. Ingrid salta a bordo di un calesse ed entra a far parte di un gruppo di donne che fanno la vita sotto la vecchia circonvallazione. Claudia dorme da un amico che fa er pittore, uno de quelli che insozzeno le tele ed è proprio a casa sua che la porta dopo essersi liberata di alcuni ragazzini che la seguono in vespa. Il pittore è un ottimo Fred Robsham, allucinato quanto basta, convinto di essere un artista anche se dipinge incomprensibili quadri informali, amante della prostituta che dorme sotto lo stesso tetto della moglie. Rondi ironizza sull’arte informale e sui presunti capolavori che certa critica contemporanea non esista a incensare. Il personaggio del pittore allucinato serve anche a questo ed è divertente la sequenza del lancio di una bambola che si appiccica alla tela e va a far parte di un nuovo capolavoro. L’ambientazione della pellicola nelle borgate romane e nel mondo della prostituzione di strada è molto pasoliniana. Le puttane lavorano sotto il raccordo anulare, ognuna ha il suo settore, un protettore, un giro di clienti.  Rondi critica il perbenismo piccolo borghese con battute come: “Che vergogna! E che cosce…”, della serie i passanti disprezzano ma vorrebbero comprare. Ingrid è troppo bella, nessuno si ferma, spaventa i possibili clienti che non la credono donna di strada. Enrico Maria Salerno interpreta un piccolo ruolo importante nell’economia della pellicola. Il suo personaggio serve a puntare l’indice accusatore sui vizi privati e le pubbliche virtù della borghesia romana. Salerno ingaggia le due prostitute per un rituale erotico con la complicità della moglie, ma prima mette in scena un monologo poetico a bordo della Mercedes. “Sono solo in una città è vecchia… ci sono più fantasmi che uomini… ci sono molte luci anche in un cimitero… è una città piena di niente”. Tutto molto teatrale, anche se la recita si conclude con la scoperta che le sue parole fanno parte di un gioco erotico. Franco Citti è il capo di una banda neonazista (si ripete un tema caro a Rondi come in Una vita violenta), protegge Claudia e concede ospitalità alle due ragazze. Ingrid non lo sopporta e lo sfida apertamente. “Io sono libera! Vado con chi voglio! Odio i papponi”, dice. Citti non la fa lavorare, interrompe un rapporto con un cliente, fa accerchiare l’auto dalla sua banda di borgatari e cerca di imporre le sue regole. Franco Citti interpreta un rude capo banda che punisce i traditori con assurdi metodi. La scena della tortura al colpevole Luciano Rossi è un esempio di come si faceva il cinema negli anni Settanta, in piena libertà e senza costrizioni televisive. Il traditore è costretto a mangiare la merda con il volto immerso in un pitale e subito dopo Citti gli taglia la lingua in un trionfo di sangue. Ingrid sulla strada si ricorda tra gli amanti del cinema di genere soprattutto per questa parte eccessiva che sta a metà strada tra il cinema di Pasolini (Salò e le 120 giornate di Sodoma, 1975) e quello di Joe D’Amato. Brunello Rondi è un regista interessante proprio perché non decide mai del tutto per un cinema d’autore ma resta prigioniero di alcune convenzioni del genere. La parte finale è ancora più dura e vede protagonista Ingrid, rapita e stuprata dal gruppo neonazista. Gli eccessi si susseguono a un ritmo forsennato con la ragazza denudata, drogata, portata a cavalcioni e infine violentata dal branco. “Perché sei venuta in Italia?” grida Citti. In quel preciso momento lo spettatore assiste alla scena della violenza carnale subita da parte del padre e rivissuta come un flashback onirico. La ragazza viene violentata mentre sta dipingendo, si sente sicura perché è in casa con il padre, ma è proprio lui a tradirla mentre si dedica alla sua passione. Lo spettatore comprende soltanto adesso perché Ingrid era sconcertata vedendo dei quadri nella casa del pittore. Rondi ironizza anche sui registi poco abili. Citti impugna una videocamera e riprende la scena di Ingrid violentata dal branco. “Non usate lo zoom che è roba da dilettanti!”, grida. La banda riprende il film della violenza per rivenderlo a peso d’oro, ma in quel momento irrompe Claudia e Citti la uccide con una coltellata. Il finale è melodrammatico, perché il nazista non voleva ucciderla, si è trattato di un tragico errore. Ingrid, violentata ancora una volta, cerca di tornare sula strada, ma è sempre più sola, cacciata dalle altre puttane, decide per il suicidio. Sente la voce di sua madre. “Ora vengo…”, dice. Una scavatrice che rimuove enormi pietre le fa cadere addosso materiale inerte e lei resta schiacciata, come lapidata dalla sua stessa vigliaccheria. Mereghetti dice che premesse e finale gridano vendetta, inoltre Rondi mescola con disinvoltura il patetismo con il grottesco, indovinando solo qualche caratterizzazione. Per Marco Giusti è una storia di perdizione e mignotte alla Brunello Rondi, ma anche un melò erotico anni Settanta (Stracult). Concordo sul fatto che sia un film da recuperare.

Recensione a cura di:


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