lunedì 29 settembre 2014

IL PRESIDENTE DEL BORGOROSSO FOOTBALL CLUB (1970)


Regia/Director: Luigi Filippo D'Amico
Soggetto/Subject: Sergio Amidei, Alberto Sordi, Adriano Zecca
Sceneggiatura/Screenplay: Sergio Amidei, Alberto Sordi, Adriano Zecca
Interpreti/Actors: Alberto Sordi (Benito Fornaciari), Margherita Lozano (Erminia), Daniele Vargas (don Regazzoni), Carlo Taranto (allenatore sudamericano), Tina Lattanzi (Amelia, madre di Benito), Elena Pedemonte (signora Guadalajaro), Rosita Torosh (Lelia), Carla Mancini (moglie di un calciatore), Dante Cleri (rag. Braglia), Rossana Di Lorenzo (cuoca), Francesco Sormano, Franco Attino, Edgardo Siroli, Maurizio Barendson, Giuliano Todeschini, Teodoro Corrà, Rino Cavalcanti, Giuliano Pattuelli, Giovanna Tamburini, Arcangelo Raffelini, Lorenzo Bitto, Omar Sivori (se stesso)
Fotografia/Photography: Sante Anchilli
Musica/Music: Piero Piccioni
Costumi/Costume Design: Emilio Baldelli, Bruna Parmesan
Scene/Scene Design: Umberto Turco
Montaggio/Editing: Antonio Siciliano
Suono/Sound: Elio Pacella
Produzione/Production: Explorer Film '58, P.A.C. - Produzioni Atlas Cinematografica
Distribuzione/Distribution: P.A.C.
censura: 57110 del 12-10-1970

Luigi Filippo d’Amico è un regista commerciale che non intende trasmettere messaggi, ma soltanto divertire girando commedie sentimentali, Lando Buzzanca movie, film ambientati nel mondo del calcio (L’arbitro è il secondo) e alcuni lavori interpretati da Alberto Sordi. Forse per questo Gian Piero Brunetta non lo cita nella fondamentale Storia del Cinema Italiano e altrettanto fa Gianni Canova nella Garzantina Cinema. Per fortuna viene in soccorso il Dizionario dei Registi Italiani di Roberto Poppi e colma una lacuna. Scopo della commedia è divertire il pubblico, cosa non facile, e il regista spesso centra l’obiettivo. Tale considerazione è più che sufficiente a esigere per Luigi Filippo d’Amico il posto che merita nella cinematografia italiana.

Il presidente del Borgorosso Football Club (1970) è un grande film sul calcio, forse una delle migliori commedie realizzate a tema sportivo, che gode della grande caratterizzazione di Alberto Sordi nei panni di un presidente innamorato della sua squadra. Sordi è Benito Fornaciari, un impiegato del Vaticano che non ha mai visto una partita di calcio, ma alla morte del padre eredita l’azienda di vini e la squadra del paese romagnolo. La passione per lo sport travolge Benito, che si dedica anima e corpo al Borgorosso, prima assumendo come allenatore un buffo italo- peruviano che ricorda Helenio Herrera (viene chiamato lo stregone), poi esonerandolo e prendendo il suo posto in panchina. “El resultado no me preocupa”, è il motto del mister che si rivela un vero e proprio venditore di fumo. Il presidente prende in mano la squadra, conduce gli allenamenti da padre - padrone che fa spaccare legna ai calciatori e li porta dagli zingari per scacciare il malocchio. Tra gli interpreti Omar Sivori, nella parte di se stesso, ultimo acquisto di Benito per risollevare le sorti del Borgorosso e tornare alla guida societaria nonostante i debiti e il fallimento aziendale. Alberto Sordi affacciato al balcone mentre canta l’inno “Bianconeri del Borgorosso… rosso… rosso … footbal club!”, imitando Mussolini a Palazzo Venezia è fantastico. Altrettanto riuscita la canzoncina all’interno dello spogliatoio: “Chi non lotta con coraggio non si merita l’ingaggio/ Chi non lotta con vigore è peggio d’un traditore/ Chi s’estranea dalla lotta è un gran figlio d’una mignotta”. La pellicola è una farsa, ma appassiona il modo in cui il regista riporta al cinema il vero mondo del calcio fatto di riti scaramantici e consuetudini. Troviamo i ritiri, le mogli che si lamentano, gli allenatori maniaci che si danno arie da maghi, il pubblico esigente, i presidenti fanfaroni e prepotenti, gli arbitri arroganti… Sordi è un gigante, firma pure la sceneggiatura, scritta con la collaborazione di Sergio Amidei e di un ex calciatore come Adriano Zecca. Doppia interpretazione: il vecchio padre morente e il giovane rampollo inadeguato e sprovveduto che - spinto dalla passione delle lavoranti della fabbrica - decide di prendere in mano le redini della squadra. Brevi sequenze sexy, molto sfumate, con Sordi che si sostituisce ai calciatori in ritiro per adempiere ai doveri coniugali nei confronti delle mogli. Farsesco il personaggio di Celestino, un gigantesco calciatore che parla in veneto, indossa gli occhiali ed è una sorta di panzer incapace a giocare. Ben fatta la sequenza dell’invasione di campo con il regista che riproduce la tristezza del presidente rimasto solo in tribuna a osservare la disfatta della squadra e la distruzione dello stadio. Musiche indimenticabili di Piero Piccioni, ritmate e calcistiche. Il montaggio (dotato di buon ritmo) è del regista Antonio Siciliano. Fotografia nitida e ispirata di Sante Achilli
Molti ritengono che la squadra di fantasia del Borgorosso sia ispirata al Cesena, sia per il colore delle maglie (bianco - nero), sia per le vicissitudini molto simili. Il Cesena, infatti, negli anni Sessanta venne acquistato dal commerciante di frutta Dino Manuzzi, che portò la società dai campionati semiprofessionistici ai fasti nazionali della serie A, partecipando addirittura alla Coppa Uefa nel 1976 - 77. Il Cesena di Manuzzi, come il Borgorosso di Sordi-Fornaciari, ingaggiò due campioni come Di Giacomo e Stacchini, che provenivano da Inter e Juventus.
Il film è girato tra Lugo della Romagna, Bagnocavallo di Romagna, Predappio, Fiorenzuola e la zona di Ravenna. Le sequenze calcistiche sono credibili - cosa non facile - con un solo errore, che riguarda la posizione in campo dei guardalinee, spesso fatti vagare per tutta la linea laterale e non solo alla destra del direttore di gara. Ottime le sequenze che immortalano la passione tipica degli anni Settanta per un calcio minore (dilettanti e serie D), con tutta la città al seguito della squadra del cuore, che si sposta con un torpedone organizzato, mentre i tifosi compongono un corteo festante a bordo di moto, utilitarie e biciclette. Per me un film dal grande valore nostalgico: la prima volta al cinema con mio padre.

Recensione a cura di:

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