venerdì 2 maggio 2014

IO, CALIGOLA (1979) di Tinto Brass - recensione del film

La sinossi di "Caligola", "Io, Caligola", "Caligula", "Gore's Vidal Caligula", titoli che ci hanno accompagnato nel tempo e che per ognuno dei quali vi è un significato preciso riferito alle molte sentenze della  censura dell'epoca o alle cause legali, è molto semplice e lineare. Tinto Brass ci narra l'ultima parte della vita di Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola per effetto della sua abitudine di calzare le calighe, sorta di stivali dei soldati dell'antica Roma, con cui era uso giocare da bambino. Visse dal 12 al 41 dopo Cristo. Dopo aver provocato la morte dello zio Tiberio, secondo imperatore di Roma, e il suicidio del fedele consigliere Nerva, Caligola viene proclamato, a sua volta, imperatore e governa per i successivi quattro anni da tiranno, fra incesti, dissolutezze, violenze e degenerazioni che lo porteranno alla follia e alla morte provocata dalla spada del suo consigliere patrizio Cassio Cherea.

Prima di affrontare la materia filmica è opportuno argomentare due elementi fondamentali che hanno condizionato le tante vite di questo film maledetto.
Di che film stiamo parlando e quale percorso censorio e legale ha caratterizzato il periodo temporale che va dal 1979 al 1984.
Esistono molte versioni del film i cui metraggi sono diversi e diverse sono le edizioni dei periodi e dei paesi di uscita.
La versione originale italiana è di 160 minuti, vista nelle sale per pochi giorni, poi sequestrata e infine, come vedremo, distrutta. Ne esiste una successiva di 124 minuti del 1979, una di 136 minuti e una di 155 minuti del 1979 prodotta in USA con sottotitoli in italiano.
Per la Minerva films è uscito un cofanetto nel 2014 con le edizioni italiana del 1979 e USA del 1979 (ritengo la più vicina o la stessa delle edizioni Penthouse, versione integrale americana) con del girato extra non di Brass, ma di Guccione e Lai relativo a scene con le attrici Anneka Di Lorenzo (Messalina) e Lori Wagner (Agrippina).
Il vostro recensore ha scelto di vedere e commentare solo la versione integrale americana con i sottotitoli italiani perchè è la più completa e su questa verrà sviluppato il racconto.
"Caligola", poi "Io, Caligola" è un film avvolto per anni dal mistero e perseguitato dalla censura, oltre che molto contestato e oggetto di infinite dispute legali tra il regista Brass, il produttore americano Bob Guccione e Gore Vidal, famoso scrittore che ne scrisse il soggetto.
Perdonatemi ancora il prossimo capitolo, ma l'argomento censura e cause legali, oltre che importante per capire la vita travagliata del film, è degno di nota per la sua unicità. Proprio la lettura della sentenza, del lontano febbraio 1984 della Corte di Cassazione che ha sancito la distruzione di tutte le copie (12 rimaste in originale) e il sequestro di 160.000 metri di girato di Brass, ha fatto scattare in me l'interesse di vedere e recensire questo film.
Per questo motivo non bisogna lasciar perdere, ma approfondire.
Il film, girato nel 1977, ha subito vita contrastata. Alla regia viene chiamato Tinto Brass dopo che John Huston e Lina Wertmuller avevano rifiutato l'offerta. Il produttore americano Bob Guccione, editore della patinata e sexi rivista Penthouse, affidò il film al regista italiano, impressionato dal suo ultimo lavoro, il sensazionale "Salon Kitty".
E Brass gira il nuovo film alla sua maniera, venendo presto ai ferri corti con le idee del creatore del soggetto, il famoso scrittore Gore Vidal che vuole una storia più realistica nel contesto storico di Roma e del suo impero. Non c'è sintonia nemmeno con il produttore Guccione che vuole immagini più riconducibili all'estetica della rivista che produce in America costruita sui corpi perfetti delle pin-up e sul voyerismo sessuale e borghese.
Non aiutano la buona riuscita dell'operazione nè la cacciata dal set di Vidal nè l'abbandono, a riprese iniziate, della prima protagonista Maria Scheneider, spaventata, a suo dire, dalle troppe scene erotiche e sostituita, in corso d'opera, dalla giovane Teresa Ann Savoy, fresca di "Salon Kitty".
Alla fine Guccione licenzia Brass e lo diffida dal montare il girato.
Brass vince la causa, poi si accorda "bonariamente" per poter distribuire il film in Italia. Tutto a posto, dunque, e siamo nel 1979.
Con il visto di censura (vengono tagliati solo 47 secondi), il film esce in anteprima al cinema nuovo di Meldola (Forlì) il 14 agosto. Viene subito sporta denuncia da un cittadino, rigettata però dal Tribunale di Forlì che dispone la proiezione della pellicola.
Nel mese di novembre 1979 entra nella normale programmazione a Roma dove ottiene uno straordinario successo (trentamila spettatori in un week-end a Roma e diecimila a Catania).
Dura poco perchè piovono nuove denunce e il film viene nuovamente sequestrato; i giornali parlano di spettatori disgustati e malesseri dovuti alla crudezza delle scene (sic).
Il processo prosegue tra sentenze ed appelli fino alla sentenza definitiva del 1984 che sancisce la distruzione delle copie positive. L'edizione originale italiana del 1979 non si vedrà più.
Intanto, nel 1981, l'amnistia aveva fatto recuperare al secondo produttore, Franco Rossellini, nipote di Roberto Rossellini cui Vidal, anni prima, aveva offerto il soggetto di "Caligola" per una miniserie televisiva mai realizzata, i 1.600 metri del girato negativo. Visto che il positivo è confiscato, Rossellini usa questo materiale per rieditare nuovamente il film con il titolo nuovo di "Io, Caligola", rimontato e con quaranta minuti in meno.
L'opera, quid novi rispetto a quella precedente, oggetto del sequestro, viene sottoposta al giudizio della commissione di censura che rilascia il nulla osta subordinato al taglio di altri 177,40 metri di pellicola il 29 marzo 1984.
Due giorni dopo il film esce nelle sale e, con tutti i tagli cui è stato sottoposto, scatena ovvie reazioni di negatività negli spettatori. I giornali dell'epoca riferiscono di sbadigli, di sghignazzamenti e di fischi; il film viene considerato "una sorta di scatola vuota, priva di mordente e di interesse". Per non sbagliare il Procuratore capo di Forlì, il 3 aprile 1984, ne ordina il sequestro in tutto il territorio nazionale per oscenità, ecc. ecc.
Rossellini rinuncia ad ogni riproposizione e il film non si vedrà più fino al meritato recupero in VHS e DVD, molti anni dopo.
"Caligola" e "Io, Caligola" è dunque film diretto da Tino Brass, ma non è il film di Tinto Brass. Il regista non viene citato, nei titoli, come regista, ma nella più generica dizione "riprese di Tinto Brass".
Non parteciperà al montaggio e, alla fine, lo considererà molto lontano dalla sua intenzione originale di interpretare la figura del despota romano. Dirà: "si tratta di materiale bellissimo montato malissimo".
Vengono aggiunte, da mano lontano dal regista, scene di materiale pornografico con attrici non dirette da lui su set approntati per questo uso.
Perde il controllo del girato proprio nella fase più delicata, quando bisogna dare il valore, il taglio, il messaggio e il senso del prodotto filmico. Manca dunque il sigillo anche se si vede la mano felice del Brass più autoriale.
E' un peccato perchè il lavoro è notevolissimo; le scene più inutili e disturbanti sono proprio quelle non sue, pornografiche, da censurare non per ottuso giudizio del bigotto, ma per coerenza della visione di Brass che non ha girato scene di quel tipo, fini a se stesse e appaganti solo lo spettatore guardone, per coerenza propedeutica alla comprensione del messaggio dissacratore del film.
Brass, fino ad allora, aveva elaborato analisi con valori non commerciali, spesso di sperimentazione e mai rivolti all'erotismo o alla pornografia fine a se stessa.
Nella figura dell'imperatore emerge la follia, la ricerca della crudeltà e degli eccessi dell'uomo malato che non trova se stesso. Il sesso, pur presente, non risulta nè attraente nè credibile, esposto solo per provocazione o per dimostrare l'effimera potenza virile, Dio in terra per il culto del popolo.
Terrore e vita estrema, ma anche, e qui la grandezza di questo Brass, la capacità, prima dell'oblio, di far trovare al suo Caligola conforto e riparo nel dolce amore verso Drusilla, accondiscente sorella e, malgrado il rapporto incestuale, la scoperta del miglior sentimento affettivo.
Gli fa dire:"Il mio cavallo vale più di tutti voi", tanta è la disperazione e la debolezza del personaggio.
Tutto depone perchè questo film sia un grande avvenimento; il set è a Roma, negli studi ove si girò quel "Cleopatra" di Joseph L. Mankiewicz nel 1963, grande kolossal del peplum e grande disastro commerciale. Ci si avvale dello scenografo caro a Fellini, Danilo Donati, così da accostare, a torto, il "Caligola" al "Satyricon" anche per l'utilizzo quasi totale dei teatri di posa con pochissimi esterni, facendolo riconoscere come lavoro specificamente teatrale.
La fotografia di Silvano Ippoliti, collaboratore di Brass per oltre venti anni, vira ai colori forti ed intensi; prevale, come uno schiaffo, il pigmento rosso intenso, a volte cupo carminio, a volte rosso sangue, a volte rosa shocking.
Il soggetto è di alto livello, di quel Gore Vidal, intellettuale e famoso romanziere, riformatore radicale e scrittore di soggetti cinematografici di successo quali "Ben-Hur" di Wyler e "Improvvisamente l'estate scorsa" di Mankiewicz. Scrive il personaggio come Svetonio scrive di Caligola e, forse, entrambi raccontano molte menzogne.
La produzione viene co-finanziata dal magazine americano per soli uomini Penthouse; i produttori Guccione-Rossellini creano una mega produzione e un super budget.
Il cast, infine, è fantastico; dall'azzeccato Malcom Mc Doowell, reduce dal ruolo di Alex in "Arancia meccanica" di Kubrick(1971), che ripercorre atteggiamenti, sguardi e violenza già interpretati, a Teresa Ann Savoy di "Salon Kitty", molto nuda, al dispotico e credibile Peter O'Toole, già indimenticabile Lawrence d'Arabia, alla incredibile  Helen Mirren che vent'otto anni dopo verrà consacrata vincitrice dell'Oscar come protagonista di "The queen" di Stephen Frears, ai tanti attori che danno il meglio nei loro ruoli teatrali.
E' l'ultima grande prova, l'ultimo scandalo del primo Tinto Brass che, dopo aver attraversato il western, l'apologia anarchica, la sperimentazione, il giallo e la denuncia sociale, chiude la sua prima fase artistica con "Salon-Kitty" e, appunto il simil-peplum "Caligola".
Poi ci sarà la raffigurazione e la consacrazione della coppia non convenzionale o, forse, troppo convenzionale con le trasgressioni, le frustrazioni e il sesso gioioso.
"Caligola" è l'ultima occasione per denunciare l'autorità, i suoi strumenti e per attaccare la follia del potere. Affiora ancora lo spirito anarchico, la voglia di denunciare e riconoscere l'avidità e la violenza, anche con scene estreme, orge e sadismo.
Brass non è un pornografo, ma, per assurdo, un moralizzatore che ci sbatte in faccia la denuncia del male e ci stupisce con il solo modo con cui può farlo: il suo cinema.
Subito dopo venne "La chiave" e sarà tutta un'altra storia...
Alla faccia e alla memoria dei benpensanti bigotti che, negli anni '70 e '80, hanno denunciato il film e dei censori che lo hanno mandato al rogo, posso dire che io, nel 2014, il film l'ho visto lo stesso e l'ho apprezzato, vincendo la mia piccola battaglia, e mando loro, senza censure... una bella e sonora pernacchia.
Fondamentali sono state per la redazione della presente recensione le notizie riportate nell'articolo pubblicato da Visioni Proibite raggiungibile a questo indirizzo http://www.visioniproibite.it/film-censurati-vietati-minori-cinema/19-caligola-1979-tinto-brass-1a-parte .
Inoltre per chi volesse approfondire l'analisi sui film e sull'avventura artistica di Tinto Brass consiglio la lettura del bel libro di Gordiano Lupi  "Tinto Brass-il poeta dell'erotismo" Ed. Profondo Rosso-2010 cui ho attinto per alcuni elementi tecnici.

Regia: Tinto Brass; Soggetto: Gore Vidal; Sceneggiatura: Bob Guccione, Gore Vidal; Interpreti: Malcom McDowell (Caligola), Teresa Ann Savoy (Drusilla), Guido Mannari (Macro), John Gielgud (Nerva), Peter O'Toole (Tiberio), Giancarlo Badessi (Claudio), Bruno Brive (gemello), Adriana Asti (Ennia), Leopoldo Trieste (Charicles), Paolo Bonacelli (Chaerea), John Steiner (Longino), Mirella D'Angelo (Livia), Helen Mirren (Caesonia), Richard Barrets (Muester), Paula Mitchell (cantante della Suburra), Osiride Pevarello (gigante), Donato Placido (Proculo), Anneka Di Lorenzo (Messalina), Lori Wagner (Agrippina); Fotografia: Silvano Ippoliti; Costumi: Danilo Donati; Scenografia: Danilo Donati; Montaggio: Enzo Micarelli; Produzione: Felix Cinematografica, Penthouse Films International, New York; Distribuzione: Gaumont-Distribuzione; censura: 79492 del 29-03-1984

Recensione a cura di:


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