sabato 10 maggio 2014

IL FIORE DELLE MILLE E UNA NOTTE (1974)


Regia/Director: Pier Paolo Pasolini 
Soggetto/Subject: opera 
Sceneggiatura/Screenplay: Pier Paolo Pasolini 
Interpreti/Actors: Ninetto Davoli (Aziz), Franco Merli (Nur-ed-Din), Franco Citti (Genio), Mascia Pellegrini [Ines Pellegrini] (Zumurrud), Abadit Ghidel (principessa Dunja), Fessazion Gherentiel (Berhané), Gian Idris (Giana), Margareth Clémenti, Luigina Rocchi, Alberto Argentino (principe Shahzaman), Francesco Paolo Governale (principe Tagi), Salvatore Sapienza (principe Yunan), Gioacchino Castellini, Barbara Grandi, Franca Sciutto, Salvatore Verdetti, Zeudi Biasiolo, Tessa Bouchè (Aziza), Elisabetta Genovese [Elisabetta Vito Genovese], Christian Alegny, Jocelyn Munchenbach, Luigi Antonio Guerra, Jeanne Gauffin Mathieu, Francelise Noël, Hamed Ali Hassan, Ghenet Aielew, Mohamed Fara Scebani, Hassan Ali Ahmed, Rino Hammaded, Adila Ibrahim, Amanuel Mathews, Mohamed Ali Zedi 
Fotografia/Photography: Giuseppe Ruzzolini 
Musica/Music: Ennio Morricone 
Costumi/Costume Design: Danilo Donati 
Scene/Scene Design: Dante Ferretti 
Montaggio/Editing: Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi 
Suono/Sound: Luciano Welisch 
Produzione/Production: P.E.A. - Produzioni Europee Associate di Grimaldi Maria Rosa, Productions Artistes Associés, Paris 
Distribuzione/Distribution: United Artists Europa 
censura: 64574 del 11-05-1974 
Altri titoli: Arabian Nights, Arabian Nights, Les mille et une nuits, Erotische Geschichten aus 1001 Nacht, Las mil y una noches

"Il fiore delle mille e una notte" è un film strutturato ad incastro. Le novelle vengono filmate come racconti completi che si intrecciano all'interno di una storia guida che si alterna per tutta la durata del racconto filmico. E' un mosaico sviluppatore di tante storie con tema l'amore e la vita del popolo arabo.

Il filo conduttore è incentrato sul personaggio di Nur-ed-Din, giovane arabo che cerca la sua schiava Zumurrud, rapita dai briganti...

Sium, poeta arabo, invita tre giovani nella sua casa per far loro conoscere la felicità grazie all'amore omosessuale. Il re Harun e la regina Zeudi devono decidere a chi assegnare il primato della bellezza tra due giovani conosciuti durante un viaggio. Esprimeranno il loro parere dopo averli visti amoreggiare nella loro tenda.
Nur-ed-Din si fa raccontare la storia della principessa Dunya e del principe Tagi da Munis, misteriosa donna incontrata per caso...
Dunya sogna un colombo che, caduto prigioniero in una rete, viene liberato da una colomba che, caduta a sua volta nella stessa rete, viene abbandonata dal colombo. Dunya, sconvolta dal sogno, ricama su una tela due gazzelle.
Tagi incontra un giovane, Aziz, che poco prima di sposarsi con la cugina Aziza,sua promessa, si innamora di una sconosciuta incontrata per caso. Aziza lo aiuta a conquistare ed amare, ricambiato, la giovane. Per la sofferenza Aziza muore, mentre Aziz viene rapito da un'altra donna, mai vista, che lo imprigiona nella sua casa e lo costringe a sposarla. Trascorso un anno e ottenuto un giorno di libertà Aziz rivede la prima amata che, per vendetta, lo fa evirare. Disperato raggiunge la madre che gli dona la tela della principessa Dunya con le due gazzelle raffigurate, ricamo a lei donato da Aziza prima di morire. Aziz cerca Dunya, la trova e se ne innamora, ma non potrà ormai più amarla. Il racconto di Aziz stimola Tagi a conoscere Dunya cui si sente già attratto e incarica due mendicanti, Shahzaman e Yunan, per eseguire un mosaico sul muro della torre nel giardino della principessa Dunya.
Intanto Tagi ascolta la storia della loro vita...
Shahzaman, figlio di re, si salva dall'assalto dei predoni alla carovana cui era aggregato; giunto in una città assolata viene accolto nella casa di un sarto e, lavorando per lui, scopre, un giorno, una botola in un bosco dove, all'interno, vive una giovane tenuta prigioniera da un Demone. Fa l'amore con la giovane scatenando la gelosia e l'odio del Demone che uccide la ragazza e trasforma Shahzaman in una scimmia. Un marinaio trova la scimmia e la porta alla corte di un re. La figlia del re, sacrificando la propria vita, gli ridà la figura e la dignità di uomo.
Yunan, anch'egli figlio di re, parte per visitare alcune isole del padre. La sua nave, incontrata una tempesta, viene distrutta e il giovane viene scagliato sull'isola ove si trova la statua animata del Cavaliere di Rame. Trafigge con una freccia la statua che precipita in mare, inabissandosi; trovata la libertà, si imbatte in una casa sotterranea dove incontra un ragazzo nascosto dal padre e, dopo aver amato il giovane, lo uccide in stato di trance. Si realizza così la tragica profezia che costringe colui che distrugge il Cavaliere di Rame ad assassinare la persona amata. Per espiare la sua colpa, Yunan decide di lasciare la sua vita agiata e divenire mendicante.
Il mosaico della torre è finito; rappresenta il sogno di Dunya con finale diverso: il colombo, liberato dalla colomba, non fugge, ma salva, a sua volta, la colomba amata. Tagi e Dunya si abbracciano contenti e felici.
Nur-ed-Din giunge in una città dove il re lo fa arrestare e portare nella sua camera da letto. Qui, tolte le vesti, rivela di essere la sua schiava Zumurrud che egli finalmente ritrova e che potrà amare tutta la vita...
"La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni"
"Il fiore delle mille e una notte" è il terzo ed ultimo capitolo, girato nel 1974, della cosiddetta trilogia della vita con i precedenti "Il decameron" (1971) e "I racconti di Canterbury" (1972). La sceneggiatura trae spunto dalla omonima raccolta di novelle arabe che furono strutturate e ordinate in un libro nel millequattrocento. Le riprese sono state effettuate in diversi stati, arabi e non: dallo Yemen all'Etiopia, India, Iran e Nepal. Scarsa la risposta commerciale del pubblico, fu il meno visto dei tre della trilogia. La critica lo elogiò e lo premiò al Festival di Cannes con il gran premio speciale della giuria.
Anche la censura, solitamente molto severa con Pasolini, dopo una denuncia nell'agosto 1974 per oscenità, archiviò l'eventuale azione penale giudicando il film "opera cinematografica di buon livello". Questa sentenza non piacque al regista che si sentì ormai omologato e non più fonte di scandalo e dissacrazione. La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Dacia Maraini, fu completamente reinterpretata durante le riprese alla luce del contesto geografico del set aperto.
E' l'approccio alla cultura orientale che ci sorprende ed affascina Pasolini. Tanto è chiusa, angusta, ritratta in sè la società e la comunità medievale del Boccaccio mediterraneo e, soprattutto, quella del nordico e freddo Chaucer, tanto è giovane, solare, aperta quella di questo Oriente fantastico narrato dalle novelle arabe. Nella sua piena maturità artistica il regista decide di trasmettere a noi, spettatori dell'Occidente che poco conosciamo, in genere, quel mondo e per il quale siamo portatori di facili pregiudizi e paure ancestrali, la sua comprensione e il riconoscimento più positivi di quella cultura meravigliosa e sorprendente.
Apre la mdp e inonda lo schermo di sole, sole pieno di gioia di ragazzini che inseguono i protagonisti, tutti sorridenti e felici della loro gioventù; sole che brucia le pietre, ma infonde calore e speranza. Apre la mdp alla fiaba, non alla novella della realtà medioevale occidentale, ma al sogno, alla leggerezza del racconto onirico che sboccia nell'erotismo, nella sessualità piena di vita. Amore eterosessuale e anche amore omosessuale, entrambi espliciti, ma non disturbanti, leggeri e diversi da quelli rappresentati e osteggiati dalla bigotta persecuzione della inquisitiva clericalità nostrana. In quelle culture l'ostentazione, la nudità, l'atto sessuale rappresenta una felice e raggiungibile utopia del piacere. Vincono le donne, fiere,sensuali o astute che dirigono il gioco dei sentimenti e spiegano, insegnano agli uomini cosa si deve fare per fare bene.
"Il fiore" rappresenta l'ultimo tentativo di lasciare un messaggio, un testamento positivo che Pasolini disprezzerà, quasi vergognandosi poi di essere stato felice messaggero della vitalità della rappresentazione. Un unicum distante dal seguente ultimo e terribile "Salò", discesa negli inferi della coscienza, dove le immagini denunciano il potere e la follia sadica della violenza dell'uomo. Non possiamo mettere qui a confronto i due manifesti filmici, troppo lontani fra loro e posti su due piani comunicativi diversi, ma mi piace pensare che il Pasolini de "Il fiore" sia, nonostante il ripudio, la vera espressione della sua fantastica capacità di filmare il mondo dell'uomo per l'uomo, l'amore più puro e vero. Sentimento che nasce dalla sabbia del deserto, dalle case bianche ed assolate ai margini delle piste dei nomadi, per circolare in tutte le sale cinematografiche a conforto e piacere dello spettatore non solo cinefilo. Il tempo, invece dell'oblio, rafforza la vita di questo cinema autoriale.
Nella visione anche più attenta non affiorano nè caste nè ranghi, anche i poveri, i reietti, gli ultimi, in questo Oriente purificato, hanno gli stessi sentimenti e, per quel che più conta, le stesse sorti di amare e di vivere dignitosamente. Potenza del sogno e della antica novella. A differenza dei due precedenti capitoli dove la mdp attraversava strade strette, piazze ben delineate ed entrava in case spesso grezze dai muri scrostrati e sporchi, in questa terza prova le scene sono rappresentate prevalentemente da paesaggi e vedute di città. Grandi esterni. Pasolini apre con piani lunghissimi, lunghi e medi al grande scenario del deserto, delle città dalle bianche case bruciate dal sole e dai minareti che presidiano il paesaggio sottostante. Il sole e il suo percepibile calore incornicia questo imponente paesaggio e questa umanità in cammino verso un destino benefico. Macchina a mano per inquadrare, al solito, i primi piani della gente, sorridente orda di ragazzini festanti o abbronzati paesani, serene comparse locali doppiate in dialetto leccese, fonia più vicina alla lingua madre, secondo il regista.
E' dunque film sulla vita che trionfa sul male, sul buio; i protagonisti, quando capita, riescono a sopraffarli con leggerezza, grazie all'amore e alle buone intenzioni. Noi spettatori occidentali che guardiamo quel mondo con gli occhi dei "crociati medievali armati", possiamo finalmente metterci di fronte ad un modo del tutto nuovo di interpretare la vita e le relazioni interpersonali. Grazie a queste storie molto semplici, dirette, facilmente traducibili per la nostra sensibilità, Pasolini mette in scena un'alternativa e diversa visione circolare della vita, quasi un viaggio finale nella sua simbolica e bellissima avventura da regista. Film unico, indimenticabile perchè fuori dai canoni comuni ai precedenti; rappresenta una straordinaria sorpresa.
Non è più un uomo solo che, con la cinepresa, cerca di fronteggiare, spiegare e far sentire al pubblico la sua voce visiva; da ora, grazie anche a questa e alle precedenti prove, gli siamo al fianco e godiamo la passione e la bellezza del suo cinema, della sua letteratura, della sua arte.

Recensione a cura di:





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