giovedì 24 ottobre 2013

47 MORTO CHE PARLA (1950)




Regia/Director: Carlo Ludovico Bragaglia
Soggetto/Subject: opera
Sceneggiatura/Screenplay: Agenore Incrocci [Age], Furio Scarpelli, Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Nicola Manzari
Interpreti/Actors: Totò (barone Antonio Peletti), Silvana Pampanini (Marion Bonbon, la canzonettista), Adriana Benetti (Rosetta), Dante Maggio (Dante Cartoni), Tina Lattanzi (Susanna, moglie del sindaco), Aldo Bufi Landi (Gastone), Eduardo Passarelli (farmacista), Arturo Bragaglia (sindaco Tiburzi), Mario Castellani (col. Bertrand de Tassigny), Gildo Bocci (macellaio), Franco Pucci (dottore), Diana Lante, Rita Andreana, Toto Mignone, Gustavo Serena, Armando Annuale, Luigi Reder [Gigi Reder], Mary Gonzales, Mara Morgan, Marilyn Miller, Elsa Pavani, Mario Galli, Patricia Deren, Carlo Croccolo (Gontrano, cameriere del barone Peletti)
Fotografia/Photography: Mario Albertelli
Musica/Music: Ezio Carabella
Costumi/Costume Design: Mario Rappini
Scene/Scene Design: Alberto Boccianti
Montaggio/Editing: Giuliana Attenni
Suono/Sound: Kurt Doubravsky
Produzione/Production: Pro Films - Produzione Films Cinematografici
Distribuzione/Distribution: P.F.C.
censura: 9119 del 19-12-1950
Altri titoli: El fantasma es un vivo, Der tolle Juxbaron

Una commedia di Ettore Petrolini del 1918 sta alla base del soggetto di 47 morto che parla, film di culto che racconta le vicissitudini dell’avarissimo barone Antonio Peletti (Totò), intenzionato a non cedere la parte di eredità paterna destinata a costruire un scuola. Il grande autore comico italiano saccheggia L’avaro di Molière, cita La Divina Commedia di Dante Alighieri e realizza un’opera indimenticabile della comicità del primo dopoguerra. La battuta: “… e io pago!”, pronunciata da Totò si sente ancora citare nelle conversazioni come normale intercalare. Non solo. Striscia la notizia, popolare trasmissione televisiva di Canale Cinque, ci ha costruito attorno un siparietto comico settimanale. Il film è girato in interni, molte parti sono ricostruite in studio, ma è notevole la sequenza ambientata in un presunto Inferno dantesco, immersa in un paesaggio di soffioni boraciferi, così come è puro cinema fantastico tutta la parte a bordo di una mongolfiera che precipita in Sardegna.
L’avarizia del barone è alla base dei molti momenti di comicità, dalla sequenza del macellaio, buggerato con ragionamenti surreali, che finisce per pagare l’acquisto della carne, alle parti in cui Totò difende la preziosa eredità dalle altrui mire. “Noblesse oblige, la libertà è obbligatoria”, è un’altra battuta che si ricorda e che tornerà in diverse pellicole interpretate da Totò. Il fulcro del film risiede nella trovata comica della presunta morte di Totò, che prima finisce in un Inferno popolato da attori, quindi viene accompagnato sulla Terra da Silvana Pampanini (elemento sexy della pellicola), sotto forma di presunto fantasma, ritenuto invisibile. Il film è girato nei Campi Flegrei ed è ambientato in un’ipotetica città della Campania.
Goffredo Fofi non ama il personaggio di Totò, perché costringe la comicità dell’attore napoletano in “un carattere monocorde”, (l’avaro) rendendolo “succube dell’intreccio”, non consentendo sbalzi creativi. Paolo Mereghetti condivide tale impostazione critica e concede soltanto una stella e mezzo. Morando Morandini aggiunge una stella, affermando che è “un film di Totò finalmente ben costruito, con un personaggio che è un carattere, dispone di una personalità ben definita, al posto della solita marionetta”.Non tutta la critica è unanime, come abbiamo visto, c’è chi parla di “un film triste, senza anima, come una macchina che si inceppa” (Bonicelli). Tre stelle per Pino Farinotti, valutazione che condividiamo, perché Totò mette la sua comicità e una grande personalità di attore al servizio di una storia complessa e ben congegnata, ricca di momenti umoristici e di elementi fantastico - surreali. Squadra di sceneggiatori d’eccezione, da Metz e Marchesi, passando per Age e Scrapelli, per finire con Manzari, non accreditato nei titoli di testa.
Carlo Ludovico Bragaglia (Frosinone, 1894 - Roma, 1998) è un regista - sceneggiatore figlio d’arte, proveniente da una famiglia di attori e cinematografari. Comincia con il teatro, si avvicina al cinema negli anni Venti, come fotografo, montatore e sceneggiatore della Cines. Regista indimenticabile dei telefoni bianchi, debutta nel 1932 con il surreale O la borsa o la vita e abbandona la macchina da presa nel 1963, con I tre moschettieri. Realizza cinema popolare per tutta la vita, forse la sola eccezione a uno stile fondamentale è costituita proprio dal primo lungometraggio. Regista di commedie sentimentali, peplum e molte pellicole di Totò, che lo rendono uno dei più prolifici autori (commerciali) del dopoguerra. (Fonte: Roberto Poppi - “I registi italiani” - Gremese).

Recensione a cura di Gordiano Lupi, già pubblicata sul blog: http://cinetecadicaino.blogspot.it/ 


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