lunedì 26 gennaio 2015

RECENSIONE DEL LIBRO "ALDO LADO & ERNESTO GASTALDI - DUE CINEASTI, DUE INTERVISTE" di Jan Švábenický

Anni addietro, e neppure moltissimi a ben rifletterci, disquisire di cinema italiano di genere era un po' come bestemmiare in chiesa. I togati signori della critica non lo ammettevano e buttavano fuori dal tempio gli incauti profanatori con tanto di scomunica. I meno giovani ricorderanno, sulle pagine dei quotidiani d'epoca, le recensioni dei film cosiddetti d'intrattenimento e commerciali affidate al solito anonimo "vice" o firmate con le iniziali del  nome e cognome rigorosamente in carattere minuscolo, quasi a dire: sì sono io, ma è meglio non lo sappiate. Il film "di genere" era solitamente bistrattato e se proprio se ne voleva parlare positivamente ci si rifugiava dietro la solita frase (buona per tutte le occasioni): "musiche coinvolgenti e notevole la fotografia". Le cose un bel giorno cambiarono e non è il caso, in questa sede, ripercorrerne le tappe, anche perché oggi ben conosciute da tutti coloro che hanno apprezzato e apprezzano, sempre di più, quel nostro piccolo grande cinema  che fu e purtroppo non è più. Sarebbe un lungo (in)utile racconto, che comincia con volonterosi illuminati estimatori (li chiamavano fanzinari) di quel cinema destinato agli spettatori delle terze visioni e finisce con la benedizione urbi et orbi di un certo Quentin Tarantino. Diciamolo una volta per tutte. Quel nostro cinema era grande cinema e quei nostri film erano grandi film. Quentin o non Quentin il mondo intero ce lo ha riconosciuto e oggi (ma anche ieri) in ogni parte del globo si stampano dvd con quei titoli demonizzati da una critica miope che non riusciva a comprendere a non vedere e a non capire. Mi sia concesso un divertente amarcord: quando in Giappone uscì il dischetto del film La lupa mannara il suo regista mi telefonò comunicandomi che era andato esaurito in due giorni. Vi risparmio il mio "affettuoso" commento. Detto ciò, andiamo avanti.
La grande e fortunatamente lunga stagione del nostro cinema di genere (perché lo abbiamo ucciso, perché?) ci ha regalato opere immortali di geni che si chiamavano Mario Bava e Riccardo Freda di cui andremo sempre fieri perché hanno insegnato a tutti come si fa il cinema.  E che dire dei Lenzi, e Martino, Margheriti, Deodato, Castellari e l'elenco potrebbe andare avanti fino a quando non è arrivato il nero buio della notte. Il nostro cinema pop(olare) ha scavalcato montagne e confini, è giunto ovunque scatenando entusiasmi e applausi. E' approdato anche nella Repubblica Ceca, dove un giovane entusiasta saggista, critico e storico della nostra cinematografia, Jan Švábenický, un bel giorno decise di intervistare due "monumenti" quali sono Ernesto Gastaldi e Aldo Lado. Aldo lo ha conosciuto di persona a Praga, Ernesto lo ha contattato via internet. Gastaldi è lo sceneggiatore che più di tutti ha dato lustro al nostro cinema, prolifico e straordinario  inventore di storie meravigliose (leggetevi la sua filmografia ed emozionatevi). Lado è autore di film ormai entrati a pieno diritto fra quelli che resteranno per sempre nel cuore di chi ama il grande cinema (citiamo La corta notte delle bambole di vetro, Chi l'ha vista morire? e L'ultimo treno della notte). Jan pone loro domande non convenzionali, scava da archeologo portando alla luce episodi ai più sconosciuti. Sono questi i libri che amiamo. Non la convenzionale saggistica, ma il rapporto diretto, il faccia a faccia, la conversazione amichevole, la competenza della domanda e la sincerità illuminante della risposta. Un libro, quello di Švábenický, da tenere in bella mostra in scansia e consultare come e più di un dizionario. Un sincero grazie a lui e al suo editore, Gordiano Lupi, che a questo progetto ha creduto.

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