martedì 16 settembre 2014

BLOW JOB - SOFFIO EROTICO (1980)


Regia: Alberto Cavallone. 
Soggetto e Sceneggiatura: Alberto Cavallone. 
Montaggio: Alberto Cavallone. Fotografia: Maurizio Centini. 
Assistente Operatore: Carlo Marotti.
Musiche: Ubaldo Continiello. 
Aiuto Regista: Michelangelo Pepe.
Trucco: Silvana Petri. 
Produzione: Martial Boschero per Anna Cinematografica. 
Distribuzione: Distribuzione Cinematografica 513. 
Interpreti: Danilo Micheli (Stefano), Anna Massarelli (Diana), Anna Bruna Cazzato (Angela), Mirella Venturini (Sibilla), Valerio Isidori (Alphonse), Antonio Mea (Portiere). Esterni: Cesena (Ippodromo).

Blow Job esce due anni dopo Blue Movie, risulta un film ancora più ermetico e si porta dietro una fama immeritata da film porno perché è circolata una versione con inserti a luci rosse (mai vista) e per un titolo ammiccante. In realtà il blow job resta solo una promessa, la dolce gola o dolce lingua non si vede mai, così come il soffio erotico non riesce a spirare. Meglio sarebbe stato lasciare il titolo in lavorazione - La strega nuda - come avrebbe voluto il regista, più in sintonia con una trama (confusa) da thriller fantastico girato in chiave erotico - psicologica. Il film è noto anche come Un soffio erotico, Dolce lingua e Dolce gola. Tutti titoli fuorvianti.
In breve la trama, per quel poco di comprensibile che risulta da una sceneggiatura confusa. Stefano (Micheli) e Diana (Massarelli) sono due attori in bolletta che vengono cacciati da un albergo perché non pagano il conto, ma il giorno stesso della partenza si verifica un paradossale suicidio di una ragazza che abitava nella camera al piano superiore. I due attori vengono ospitati da una misteriosa contessa  (Venturini) che sembra una strega, servita da un assurdo maggiordomo (Isidori), mentre una maga (Cazzato) fa di tutto per salvare Stefano da un destino orribile. Diana sarà vittima di attenzioni lesbiche da parte della strega, ma anche di paradossali rituali esoterici a base di macabri valzer e di lusinghe erotiche. Finale imprevedibile. Forse il solo in grado di spiegare la trama è Alberto Cavallone che confida a Nocturno Cinema: “Fu un tentativo di mettere in pellicola alcune riflessioni di Castaneda, riallacciandosi anche a Le porte della percezione di Huxley. Tutto era appuntato sulla possibilità di fuoriuscire da se stessi, di modificare la percezione tramite il ricorso a droghe o all’autoconcentrazione. Blow Job è la storia di uno sdoppiamento. C’è una strega brutta, che incontriamo nella prima scena, ambientata in un ippodromo, che attraverso una telefonata riesce a incuriosire il protagonista, Dario Micheli, e a irretirlo in una casa strana; dove lui incontra poi una bellissima ragazza, inquietante…. Perché questa ha una faccia da messicana, da peruviana… su un corpo da statua. Insomma, la ragazza lo mette sotto, come se fosse un burattino. Ma in realtà questa donna bella è la stessa brutta, che si sdoppia…”.
Blow Job non è un film riuscito, a nostro parere, anche perché i mezzi a disposizione sono risibili e i due attori principali sono del tutto incapaci. Il film sembra un porno tagliato, infarcito di dialoghi paradossali, altisonanti e stonati, recitati senza trasporto da interpreti doppiati fuori sincronia. La fotografia sporca di Centini e la musica intensa di Continiello conferiscono un alone di mistero che è la cosa migliore di una pellicola sceneggiata senza criterio. Apprezzabili i flashback onirici e alcune situazioni da horror esoterico; da dimenticare le sequenze erotiche girate con lo stile del porno tagliato, per niente eccitanti, ma solo fastidiose. La contessa - strega che fa vincere i nostri eroi all’ippodromo e li conduce al suo castello è il personaggio più riuscito, una donna priva di un occhio, sfregiata sul volto, che lascia il posto a una maga bellissima e inquietante. Alcune parti lesbiche ricordano situazioni vampiriche tipiche di Carmilla, a tratti sembra di vedere La donna più bella della città di bukowskiana memoria, portata al cinema un anno dopo da Marco Ferreri con Storie di ordinaria follia (1981), registriamo vaghi sentori di Baba Yaga (1973) di Corrado Farina e Nuda per Satana (1974) di Paolo Solvay, ma l’insieme è meno riuscito. In definitiva un porno-soft filosofico sullo sdoppiamento della personalità, sulla ricerca di se stessi, sulla possibilità di andare oltre per rinascere e conoscere quel che conta, trovare la vera dimensione, fuori da uno stato provvisorio. Il finale si caratterizza per un crescendo di follia onirica, sequenze del tutto prive di senso che vanno prese per quel che sono. Buñuel e Cocteau c’entrano, chiaro, forse pure Castaneda, ma non sappiamo quanto i fruitori della pellicola li abbiano apprezzati. Blow Job mantiene ambizioni alte in un clima torbido e trasandato da fumetto nero.
Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Cavallone gira una specie di fumettaccio nero con vaghe reminescenze di Carlos Castaneda. Dopo un po’ la confusione regna sovrana, e i mezzi sono inadeguati alle ambizioni surrealiste. Ma il film ha una sua sgangherata coerenza e una cupezza di fondo in cui risuona la fine di una stagione”. Marco Giusti asserisce che nel film c’è una sola scena hard, un blow job simulato durante un temporale; non l’abbiamo visto, forse la copia era tagliata. Infine ammette che Cavallone riempie il film di allusioni alte, perfino al motociclista - morte di Jean Cocteau. Tutto vero, ma non è il miglior Cavallone. Un lavoro dimenticabile di cui consigliamo il recupero solo per capire i motivi della caduta nel porno.

Recensione a cura di:
contatore

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