domenica 18 settembre 2016

VADO A VIVERE DA SOLO (1982)

Vado a vivere da solo - locandina
Regia/Director: Marco Risi
Soggetto/Subject: Marco Risi, Enrico Vanzina, Jerry Calà
Sceneggiatura/Screenplay: Marco Risi, Enrico Vanzina, Jerry Calà
Interpreti/Actors: Jerry Calà (Giacomino), Elvire Audray (Françoise), Francesco Salvi (amico del telefono amico), Franz Di Cioccio (strafattone), Lando Buzzanca (Giuseppe), Elsa Vazzoler (madre), Stefano Altieri (padre), Renato Scarpa (professore), Alessandra Panelli (Ines, la fidanzata), Sergio Di Pinto (Arturo, il romano), Anna Cardini (Aida), Gaia Franchetti, Ilaria Gotti Lega, Daniela Trebbi, Mauro Marchetti
Fotografia/Photography: Beppe Maccari, Giuseppe Maccari
Musica/Music: Manuel De Sica, Manuel De Sica
Costumi/Costume Design: Luciano Sagoni
Scene/Scene Design: Giuseppe Mangano
Montaggio/Editing: Raimondo Crociani
Suono/Sound: Vittorio Massi, Gianni Zampagni
Produzione/Production: Dean Film, Numero Uno Cinematografica
Distribuzione/Distribution: Medusa Distribuzione
censura: 78368 del 01-12-1982

Primo grande successo di pubblico per Jerry Calà questo Vado a vivere da solo, che rivisto a distanza di molti anni pare invecchiato bene, fresco e ricco di trovate surreali, così geniali da essere riutilizzate quasi in toto nel 2008, quando l’attore - regista decide di realizzare il sequel del film della sua vita: Torno a vivere da solo. Calà viene dall’esperienza dei Gatti di Vicolo dei Miracoli, ha interpretato Arrivano i gatti, Una vacanza bestiale e I fichissimi, tutti con i Vanzina, con loro si trova molto bene, al punto di diventare attore irrinunciabile per opere come Sapore di mare e Yuppies, senza dimenticare Vacanze in America. Pure in Vado a vivere da solo c’è lo zampino dei Vanzina, perché Enrico firma soggetto e sceneggiatura insieme al debuttante Risi junior e allo stesso Calà. So già che molti critici dal palato fine storceranno la bocca, ma dobbiamo affermare con decisione che Jerry Calà è un attore importante per la commedia italiana anni Ottanta, capace di catalizzare l’attenzione dei giovani interpretando sempre lo stesso personaggio, reso indimenticabile da un pizzico di comicità surreale tipica del cabaret e da trovate verbali spiazzanti per un pubblico non composto da teenager. Noi che siamo stati giovani negli anni Ottanta non possiamo che continuare ad apprezzarlo, visto che eravamo il suo pubblico. Vado a vivere da solo segna il debutto anche della bella Elvire Audray - affascinante attrice francese scomparsa a soli quarant’anni - che nel nostro cinema ritroviamo in alcune farse (Rimini, Rimini e La gorilla), in diversi ruoli di genere (Assassinio al cimitero etrusco) e che ricordiamo valletta televisiva in Fantastico 9 (1989). Primo film anche per Marco Risi, figlio di cotanto padre, citato in una sequenza dove mostra un quadro appeso alla parete ispirato a Franca Scagnetti, protagonista di Sessomatto. Risi junior viene candidato al David di Donatello come Miglior Regista Esordiente, nonostante la pellicola sia una farsa dichiarata che affronta solo superficialmente il problema del rapporto genitori - figli e di una maturità che tarda ad arrivare. Film d’amore, in fondo, Vado a vivere da solo, perché se la prima parte (più riuscita) è incentrata sulle peripezie di un ventiseienne studente fuori corso, che decide di abbandonare la casa paterna ma con i soldi dei genitori, la seconda è storia sentimentale condita di umorismo vanziniano. In breve la trama. Giacomo (detto Giacomino) lascia interdetti i genitori iperprotettivi (tipici genitori italiani anni Ottanta) quando chiede per regalo di compleanno i soldi per andare a vivere da solo. Affitta un locale all’ultimo piano di un palazzo senza ascensore da un tipo strano in partenza per l’India e lo arreda secondo un gusto surreale. Frequenta un amico assurdo come Salvi (che lavora al Telefono Amico) con cui non c’è un vero dialogo ma ognuno racconta i suoi problemi senza ascoltare ciò che dice l’altro. Deve subire un coinquilino come Giuseppe (Buzzanca), cacciato di casa dalla moglie, che gliene combina di tutti i colori e si comporta da padrone fino a portare in casa due rapinatrici (Pina e Dina) che rubano tutto e lasciano i malcapitati legati come salami. A un certo punto arriva Françoise (Audray), amica del proprietario, affascinante francese che non si rende conto che Giacomino stravede per lei e si mette alla ricerca dell’uomo giusto, portando in casa una serie di tipi strani. Accade di tutto, persino la fuga della madre di Giacomino che si sente male dopo aver fumato uno spinello, ma alla fine Giacomino e Françoise si sposano e vanno a vivere sulla terrazza di un palazzo davanti al Duomo di Milano.

Vado a vivere da solo si ricorda per una serie di battute e di situazioni esilaranti. Giacomino decide per l’autonomia, ma mette subito in chiaro le cose con i genitori: “I soldi, me li date voi!”. L’esame di architettura con il caustico professore (Scarpa) che boccia Giacomino è un altro pezzo di umorismo da cabaret corretto al televisivo. Quando Giacomino trova la casa dei suoi sogni, dopo aver fatto quattordici piani a piedi e si sente dire dal padrone, che sta scappando in India: “Qui manca il karma!”, non può che rispondere: “No, qui manca l’ascensore!”. Memorabile la sua esclamazione: Excalibur! davanti alla rampa infinita di scale da salire. La casa arredata da Giacomino è un capolavoro di modernariato kitsch: juke-box che si accende quando si sta seduti sulla tazza di un cesso punk, tavolo con gambe da donna e scarpe rosse, finestra dipinta con panorama di New York, monopattino per spostarsi da un luogo all’altro della stanza… Molte le citazioni musicali, da Tristezza a Soli di Drupi, passando per un Battisti minore e Una domenica bestiale di Concato. Non da meno le citazioni cinematografiche, anche ironiche e prelevate dal cinema bis: Emanuele grigia (sic!), Incontri ravvicinati di un certo tipo… ma anche Indovina chi viene a cena (riferito a un innamorato di colore della francesina) e Il deserto dei Tartari (parlando del frigorifero vuoto). Giacomino parte in battuta a caccia di femmine come un lupo solitario ma rimedia solo figuracce, finisce per parlare con se stesso e per baciare il poster di Romina Power. Bravissimo Lando Buzzanca alle prese con il solito personaggio da sciupafemmine siculo, duetta da par suo con Calà, rappresentando un incontro memorabile tra vecchia e nuova comicità, capace di convogliare al cinema diverse tipologie di spettatori. Elvire Audray, doppiata in un buffo francese con gli accenti italiani al contrario, rappresenta il pizzico di sensualità e fascino immancabile in una commedia anni Ottanta. Da antologia la sequenza luce accesa - luce spenta con Calà che dà il meglio di sé nella parte comico - erotica e finisce in bianco con la bella francesina seminuda al suo fianco. Finale romantico dopo tanta commedia ai limiti della farsa e della pochade giovanilistica, che comprende persino una serata a base di spinelli con la madre di Giacomino (Vazzoler) protagonista. “Sarai quello giusto?” si chiede la Audray. “Ora t’aggiusto io!”, risponde Calà dall’alto di una terrazza che mostra il Duomo di Milano. Da segnalare un’ottima ambientazione meneghina che il regista rende esplicita grazie a un paio di sequenze che ritraggono il protagonista alla guida di una moto per le strade di Milano. Buone le musiche di Manuel De Sica, molto anni Ottanta, sapientemente miscelate ad alcune canzoni d’autore. Consigliato. Da rivedere senza pregiudizi.

Recensione a cura di:

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