venerdì 16 settembre 2016

UOMINI SI NASCE POLIZIOTTI SI MUORE (1976)

Regia/Director: Ruggero Deodato
Soggetto/Subject: Fernando Di Leo, Alberto Marras, Vincenzo Salviani
Sceneggiatura/Screenplay: Fernando Di Leo
Interpreti/Actors: Marc Porel (Antonio), Raymond Lovelock (Alfredo), Adolfo Celi (capo della polizia), Franco Citti, Silvia Dionisio, Marino Masè, Renato Salvatori (Roberto "Bibi" Pasquini), Sergio Ammirata, Bruno Corazzari, Daniele Dublino, Flavia Fabiani, Tom Felleghi, Margherita Horowitz, Gina Mascetti, Marcello Monti, Claudio Nicastro, Gino Pagani, Enzo Pulcrano, Alvaro Vitali
Fotografia/Photography: Guglielmo Mancori
Musica/Music: Ubaldo Continiello
Costumi/Costume Design: Giovanna Deodato
Scene/Scene Design: Franco Bottari
Montaggio/Editing: Gianfranco Simoncelli
Produzione/Production: T.D.L. Cinematografica, Centro Produzioni Cinematografiche Città di Milano
Distribuzione/Distribution: Interfilm
censura: 68033 del 10-03-1976


Nemmeno fosse tritolo, questo film esplode subito in un inseguimento forsennato, come raramente ne abbiamo visti (sia prima che dopo) di così ben realizzati nel cinema italiano. Lo spettatore viene immediatamente catapultato nel bel mezzo di un conflitto epico, gli “eroi” della situazione non sono degli angeli senza macchia, bensì delle teste calde con atteggiamenti da “mariuoli”, molto distanti dallo stereotipo del poliziotto duro ma dal cuore d’oro, impersonificato in quegli anni dai personaggi interpretati da Maurizio Merli. Inutile precisare che la violenza e il sangue scorrono a fiumi nella pellicola. Ogni tanto la durezza delle immagini è stemperata da un’ironia ben calibrata.

La trama riassunta in poche righe non può rendere giustizia al prodotto filmico completo. Ci vengono narrate le azioni di una coppia di poliziotti particolarmente duri, alle prese con dei criminali ancor più spietati di loro. I protagonisti scendono sullo stesso livello dei loro avversari e ricorrono a ogni scorrettezza per arrivare al capo di una banda di mafiosi/teppisti. A fare la differenza sono le sfaccettature dei personaggi, talmente raffinate da farci ipotizzare che il cinema asiatico ne abbia tratto ispirazione per i suoi noir, Infernal Affairs tra tutti. Nera è anche la costruzione di contorno che tiene lo spettatore incollato allo schermo, tra una sequenza d’azione e un colpo di scena.
Il cast non si può certo definire “stellare” ma Deodato sa spronare i suoi attori. Ad interpretare i due poliziotti troviamo Marc Porel e Raymond Lovelock. Fra tutti spicca Adolfo Celi nel ruolo del capo della polizia, ed è sempre un piacere poter godere di una sua performance. Franco Citti nei panni di un feroce delinquente di borgata, da vita ad un personaggio assolutamente realistico, come solo lui avrebbe potuto fare.
Caratteristica che distingue l’opera da quelle del periodo è la scelta di una fotografia pallida, a cura di Guglielmo Mancori, spesso innaffiata dai raggi solari. Questo elemento di luminosità dovrebbe scozzare con la base noir ma, per qualche strano motivo, funziona tutto alla perfezione, anzi aggiunge un senso di originalità e coraggio che rinforza il lato artistico. Un esempio perfetto di questa peculiarità visiva l'ho ritrovato nella bellissima sparatoria finale che può ricordare il capolavoro di Sam Peckimpah Patt Garret e Bill The Kid. L’accostamento tra Deodato è il regista americano si limita all’estetica delle immagini; non ne ha il romanticismo, né la poetica, non possiede le stesse capacità di prendere le distanze dai suoi personaggi. A livello di intenti siamo molto più vicini al cinismo di Friedkin.
La colonna sonora include dei banali pezzi da poliziesco ma la parte migliore consiste nei brani soft-rock che rendono l’atmosfera tipica del cinema di Deodato, anche in assenza di Riz Ortolani suo storico compositore di fiducia. Le canzoni sono state eseguite, vocalmente, da uno dei due attori principali: Ray Lovelock.
Anche grazie alla sceneggiatura di Fernando di Leo, Deodato ci propone un tipo di comunicazione diretta e incisiva, assolutamente non comune per l’epoca, che precede di una decina d’anni Vivere e morire a Los Angeles (William Friedkin). Uno dei migliori “poliziotteschi”, il più bel film di Deodato. 

Recensione a cura di:
 Marco Sambiagio

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