venerdì 29 aprile 2016

AMORE VUOL DIRE GELOSIA (1975)

Regia/Director: Mauro Severino
Soggetto/Subject: Mauro Severino
Sceneggiatura/Screenplay: Mauro Severino, José Gutierrez Maesso
Interpreti/Actors: Enrico Montesano (dott.GiangaleazzoSilvani-Abruz), Barbara Bouchet (Corinna Borotto), Milena Vukotic (Lucia, moglie di Gian Galeazzo), Gino Santercole (Amos, marito di Corinna), Pino Ferrara (cap. Bazzoni), Giancarlo Badessi (Don Gino), Eleonora Morana, Anita Farra, Carmen Martinez Sierra, Maria Alvarez, Betty Patrizi, Antonio Apicella, Roberta Palombi (bambina), Stefania Pigiani (bambina), Ada Tauner, Regina Elena Bisio
Fotografia/Photography: Giuseppe Pinori
Musica/Music: Adolfo Waitzman
Costumi/Costume Design: Luca Sabatelli
Scene/Scene Design: Gastone Carsetti
Montaggio/Editing: Gianmaria Messeri
Suono/Sound: Bernardino Fronzetti
Produzione/Production: Aetos Produzioni Cinematografiche, Tecisa, Madrid
Distribuzione/Distribution: Agora
censura: 67235 del 09-10-1975

Mauro Severino (Castiglion della Pescaia, 1936) è un mio importante vicino di casa di cui ero piuttosto inconsapevole. Avevo visto al cinema Amore vuol dir gelosia (1975), Tutti possono arricchire tranne i poveri (1976) e Travolto dagli affetti familiari (1978), ma avevo tra i 15 e i 18 anni, a quel tempo il mio interesse principale era rivolto alle grazie delle interpreti: Barbara Bouchet e Gloria Guida. Adesso è giunto il momento di pensare anche al nostro regista maremmano. Mauro Severino si caratterizza per lavori comico - erotici che strizzano l’occhio alla satira sociale senza pigiare l’acceleratore sul versante politico, anche se il suo film d’esordio - Vergogna, schifosi!... (1968), che non ho visto, secondo Roberto Poppi “si inserisce nel filone contestatario”. Severino si avvicina al mondo del cinema quasi per caso, lavorando come attore di secondo piano per Pietro Germi, si fa le ossa come auto regista, soggettista e sceneggiatore in lavori di un certo spessore (Il sicario, Avventura di un soldato, L’isola di Arturo, Il gioco delle spie…), affiancando - tra gli altri - autori come Damiano Damiani, Renato Pacini, Fernando Cerchio, Nino Manfredi e Luciano Salce.  Attivo in televisione, dove gira sceneggiati e documentari. Ricordiamo Signorina grandi firme (1979) e Una donna tutta sbagliata (1989). Il suo cinema si ricorda per due commedie sexy interpretate dalla coppia Montesano - Bouchet e da una commedia erotica basata sul duo inedito Buzzanca - Guida. Cinque film in tutto, girati dal 1968 al 1978, tra questi un lavoro televisivo: Una città in fondo alla strada (1974).
Amore vuol dir gelosia racconta uno spaccato di provincia con una curata ambientazione sull’isola di Procida e alcune sequenze girate a Napoli. Un dentista represso (Montesano) da una moglie farmacista (Vukotic), tirannica e avara, s’innamora della bella vicina di casa (Bouchet), che vive un rapporto violento con un collerico e fedifrago marito (Santercole). La storia si sviluppa secondo i meccanismi della pochade teatrale di Feydeau per finire in bagarre, in maniera piuttosto grottesca. L’amore tra Montesano e Bouchet da spirituale e romantico, basato su una reciproca gelosia, diventa carnale e ossessivo, così come la moglie tirannica vede risvegliare i sensi e tradisce il marito per vendetta. Montesano non si scompone più di tanto e con la complicità della madre attende il momento per gettarsi tra le braccia della bella amante. I titoli di coda scorrono sui corpi avvinghiati dei due attori - la Bouchet completamente nuda - che si amano sulla sabbia scura di Procida.

Mauro Severino costruisce una storia divertente rispettando tutte le convenzioni narrative della commedia sexy, tra voyeurismo, specchi che riflettono nudi femminili, serrature dalle quali spiare, bagni saponosi e amplessi comico - erotici. Non mancano una morale anti censura, il rifiuto del perbenismo di facciata di un’Italia bacchettona e una critica serrata alla grettezza piccolo - borghese. La provincia curiosa, i vizi privati e le pubbliche virtù, le persone che non si fanno i fatti loro, i tradimenti sulla bocca di tutti, le voci maligne del popolo, sono altri elementi interessanti. Bravi gli attori. Montesano è il mattatore con un personaggio tipico da Charlot frustrato, basato su una comicità slapstick, a metà strada tra le comiche del muto e il cartone animato, mentre la Vukotic è una buona moglie repressa doppiata in napoletano (non sappiamo da chi, inoltre è insolito che un’attrice del suo valore venga doppiata) e la Bouchet (doppiata da Vittoria Febbi) una sensuale vicina che parla in milanese. Gino Santercole (doppiato da Michele Gammino) è il marito violento e traditore che regala diversi nudi e numerosi rapporti sessuali con Ada Tauler (la sexy macellaia del paese). Pino Ferrara è il capitano Bazzoni che entra in scena nel momento meno adatto e rompe le uova nel paniere allo sprovveduto dentista. Buona fotografia di Peppino Pinori che ci regala sequenze da cartolina dell’isola di Procida, ma anche suggestivi spaccati marini e panoramiche del golfo di Napoli. Ottima la colonna sonora di Adolfo Waitzman, composta da suadenti tanghi argentini, melodie latine e musica folcloristica. Leitmotiv del film è il motivo Amore e gelosia di Fabio Frizzi, Franco Bixio e Vince Tempera. Amore vuol dir gelosia esce in Spagna (paese co-produttore) con grande ritardo, il 2 febbraio 1984, con il titolo latino Yo no perdono un cuerno (Io non perdono un corno). Un difetto non da poco è costituito da una seconda parte lenta e ripetitiva, il regista dimostra di conoscere poco i tempi comici e diluisce troppo una materia che dopo sessanta minuti ha bruciato tutte le polveri. La stupenda cecoslovacca Barbara Gutscher, in arte Bouchet (Reichenberg, 1943), invece, è il pezzo forte della commedia. Bella icona del decamerotico, ma anche del noir italiano, ravviva con la sua presenza la nascente commedia sexy, prestandosi con generosità a interpretare disinibite scene di nudo condite di grande ironia.
Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Un incontro non molto convincente tra alcuni tratti della commedia all’italiana e la satira di costume caratteristica degli anni Settanta”. Pino Farinotti concede due stelle ma non motiva. Morando Morandini: una stella e mezzo per la critica, ma diventano tre per il gradimento del pubblico. 

Recensione a cura di:

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