lunedì 25 gennaio 2016

LE ULTIME ORE DI UNA VERGINE (1972)

Regia/Director: Gianfranco Piccioli
Soggetto/Subject: Gianfranco Piccioli, Rita Sala
Sceneggiatura: Gianfranco Piccioli, Rita Sala
Interpreti/Actors: Massimo Farinelli (Enrico), Sydne Rome (Laura), Aldo Caponi [Don Backy] (Roberto), Barbara Pilavin, Piero Nuti, Enor Silvani, Sebastiano Marra, Giangiacomo Elia
Fotografia/Photography: Antonio Borghesi [Nino Borghesi]
Musica/Music: Daniele Patucchi
Scene/Scene Design: Rita Sala
Montaggio/Editing: Attilio Vincioni
Suono/Sound: Raffaele Zito
Produzione/Production: Parva Cinematografica
Distribuzione/Distribution: Indipendenti Regionali
censura: 60816 del 11-08-1972
Altri titoli: Un doppio a metà

-Non sono un rivoluzionario.-, afferma Enrico (Massimo Farinelli) alla fidanzata (Sydne Rome), che lo rimprovera di non dedicarsi pienamente alla “giusta causa”, al dialogo con i professori e con i compagni, per costruire una società migliore, in anni in cui le disparità e il conflitto di classe erano il motore di scontri, lotte, ma anche di iniziative costruttive che infuocavano gli animi, dagli operai agli studenti, facendoli sentire parti attive di un cambiamento necessario. Enrico e Laura frequentano l’accademia di belle arti, ma Enrico è più interessato alla fotografia. Possiede una camera oscura dove si rifugia dedicandosi alla sua passione. E’ stato espulso dall’accademia e non è di buon umore. -E’ diventato un gran casino, con discussioni e assemblee che non risolvono niente.-, dice. Ha bisogno di estraniarsi, di riflettere in solitudine, di intraprendere un personale cammino di costruzione di sé, nel mezzo del “gran casino” generale che lo vorrebbe impegnato socialmente e politicamente, senza che nemmeno lui sappia come.

Vive col padre (la madre è in clinica, impazzita), musicista con ambizioni artistiche tradite da continui insuccessi. E’ Enrico a preoccuparsi per lui, contrariamente alla tradizionale consuetudine secondo cui dovrebbe esser un genitore a consigliare un figlio di lasciar perdere inutili chimere e piuttosto scendere coi piedi per terra. La situazione economica non è delle migliori, e gli consiglia di non abbandonare l’impiego sicuro per qualcosa di più ambizioso ma incerto. L’impreparazione e insicurezza del giovane, nonostante una certa innata saggezza, si riflettono sulla vita sentimentale: Laura confessa di esser incinta, ma Enrico non vuole un figlio. Una tale novità rappresenterebbe un impegno che, al momento, non ritiene sia il caso di poter né saper gestire. Tuttavia su un piano differente, nonostante la critica rivolta al genitore, cui consigliava stabilità al posto di dispersione, Enrico compie lo stesso: diserta gli studi accademici (gli viene invano proposto di tornare a lezione) per avventurarsi in una sua personale ricerca artistica. E’ l’amico Roberto (Don Backy) a incuriosirlo e spingerlo casualmente su questa strada. Roberto è giornalista, lavora per “Testimonianza”, rivista d’inchiesta sociale, più che altro scandalistica. Sta svolgendo un reportage sul mondo dei mendicanti per le strade di Roma, e ha delle fotografie da sviluppare. Enrico lo aiuta, il servizio è forte e piace al direttore. L’avventura ha inizio quando Roberto inizia a occuparsi di un caso più complesso e ambizioso (cibi avariati) e tralascia la precedente inchiesta. E’ Enrico, su invito dell’amico, e col consenso del giornale, a continuarla. -Fruga la città!-, lo incita Roberto. Preso in mano il testimone, Enrico dimentica il mondo e i problemi, gli studi, la famiglia e la fidanzata, e si addentra con la macchina fotografica nella selva urbana ed umana. La ricerca offre diversi argomenti di studio: l’ammontare della cifra ricavata da una giornata di accattonaggio, dove vanno i mendicanti quando finiscono “il lavoro”, le liti per il dominio di un determinato luogo, la differenza tra i veri e i falsi invalidi, nonché inaspettate sorprese che lo turbano e affascinano al contempo: incontra per caso, e ripetutamente, uno dei mendicanti fotografati, ben vestito, non più zoppo e in compagnia di una bella signora. Vivendo ormai in costante simbiosi con la macchina fotografica documenta tutto. Laura, durante gli sporadici incontri in camera oscura, si ritrova circondata da decine di alienati e alienanti volti dei mendicanti appesi in ogni dove. Tra quelle fotografie c’è anche un suo tenero ritratto. La ragazza è sola, spaesata, si sente tradita dal compagno per un mondo ambiguo che sembra averlo risucchiato a discapito di una vita normale e serena. Gli dice: -Stai andando dietro a cose meschine e lasci che ti coinvolgano. (…) Stai perdendo tutto il tuo entusiasmo e la voglia di cose pulite.- Anche gli ex compagni lo rimproverano di vivere in una falsa realtà dettata solamente dalla macchina fotografica: -Ora c’è solamente quella tua maledetta macchina fotografica che ti fa vivere in una falsa realtà! (…) Ammettiamo pure che la fotografia vada alla ricerca di realtà nascoste, e con questo? Tu definisci doppia la realtà, ma in pratica il tuo discorso ti riconduce a un doppio a metà. Così facendo resti un caso isolato. In genere anche la fotografia tenta di imporre dei valori, delle condizioni… ma guardati intorno! Puoi trovare mille esempi nei cartelloni pubblicitari che dettano le condizioni della società consumistica.- Enrico risponde: -Tutto ha un doppio nella vita. (…) Il falso e l’ambiguo scaturiscono proprio dalle realtà nascoste, non dichiarate.-
Da qui il titolo originario del film, poi mutato per ovvie ragioni di mercato: UN DOPPIO A META’. Il “doppio a metà” è il lato misterioso, sconosciuto, segreto e talvolta immaginario che ogni individuo sembra portarsi appresso; riflessione esistenziale in grado di sollecitare infiniti altri spunti; una solitudine, la solitudine di vita di non riuscire a percepire una verità eletta, come se si fosse in una costante ma vana ricerca della stessa, senza poterla afferrare, ogni volta contraddetta da nuove e altre verità sovrapposte. Riflette Enrico: “Il pensiero si forma, e nello stesso istante è già finito. Se cerchi di ripensarlo ritorna, ma è diverso, è un altro. Solo le immagini restano, vere in tutto, anche nella loro condanna di essere inconsistenti. Tu puoi persino arrivare a crederle non vere, invece sono vive.”
L’argomentazione degli sceneggiatori pone qui altri spunti di riflessione: il classico dilemma sulla verità della comunicazione, e su come, a vari livelli di libera iniziativa umana, si possa esser realmente parte attiva nella costruzione di una società migliore; se esistano, tra le differenti modalità, di giuste e sbagliate, di nobili e di discutibili. Opinioni e punti di vista messi a confronto.
Quando Enrico è in clinica in visita alla madre (Barbara Pilavin), in un asettico e spaventoso non-luogo tutto bianco, di benessere fittizio e rassegnato, lei gli dirà: -La suora dice che le begonie sono tutte rosse, ma io non ci credo, devo andare a controllarle.- Anche la madre, a modo suo, folle, sta cercando una verità. Non si fida dell’apparenza, o meglio di quel che le vogliono far credere, e avverte la necessità vitale di verificare di persona, come se la conferma rappresentasse la salvezza con la S maiuscola.
Enrico è messo in crisi da un’ulteriore novità: visita Roberto al giornale, e lo trova salito di grado, capo del servizio cronaca. Ha pescato e rimestato nel torbido, e l’aver portato a galla scandali l’ha premiato, gli ha assicurato un “ruolo sociale”. Il messaggio allo spettatore non è esplicito, ma fornito sottilmente attraverso alcune simboliche inquadrature. Anche Enrico un giorno può “arrivare”, la strada è spianata, ma a che prezzo? Riceve una sostanziosa paga per il reportage, ma è un successo amaro che lo getta nell’insoddisfazione. Si sente premiato quasi ingiustamente, senza aver nemmeno applicato appieno il proprio talento; quasi avendo svolto un lavoro sporco. Anche le innocenti fotografie che scatta alla fidanzata nel tempo libero sembrano sporche, come se nel ritrarla tentasse di cercare una verità anche in e/o su di lei.
Volutamente forzata e surreale l’onirica sequenza che vede il giovane reporter nel night ad assistere a un numero d’illusionismo condotto dal mago-mendicante che “sdoppia” la sua assistente: -Qual è la realtà e quale l’illusione? (…) Non è tanto importante quante e quali sono le realtà, quanto credere almeno ad una di esse.-
Importante (e inquietante) l’ultima tragica inquadratura del film, “immortalata” da un flash fotografico.

Esperimento cinematografico molto complesso. Sydne Rome campeggia sulla locandina sopra al titolo LE ULTIME ORE DI UNA VERGINE, ma chi si aspetta un dramma erotico ha solo che da prendersela con i classici responsabili dello stravolgimento dei titoli per puri fini di vendita, a scapito dei contenuti intellettuali dell’opera.
Il regista Gianfranco Piccioli (che dopo la regia del thriller IL FIORE DAI PETALI D’ACCIAIO e di PUTTANA GALERA! lascia la direzione per dedicarsi alla produzione) crea una riflessione sulla verità della realtà già magnificamente portata sugli schermi da Michelangelo Antonioni nel suo BLOWUP (il giovane protagonista fotografo si convince di aver fotografato casualmente un crimine, ma di quel crimine non trova riscontro). Piccioli la approfondisce ponendola in un contesto di impegno sociale. Ossia, qual è la giusta causa per cui lottare, nel momento in cui anche una semplice indagine sulla realtà quotidiana è capace di contraddire le comuni certezze? Quale strada è giusta nella vita? Fare informazione è un’operazione corretta, doverosa, ma come prodigarsi affinché ciò avvenga a onor del vero se la verità appare sfuggente? Come restare coerenti con sé stessi quando si hanno contrasti e punti di vista differenti con i compagni con cui si sta combattendo la medesima battaglia? E, considerazione assai sottile: esser condottieri di giuste cause può far diventare eroi, addirittura vip, ma a che prezzo?, e, soprattutto: è giusto?
Film di impegno, volutamente ambiguo ai fini di non porre risposte ma suggerire domande, anche dolorose. Film intelligente tradito da un titolo fuorviante, che in realtà ben si colloca come studio della contemporaneità dal quale è sorto, accanto a numerosi altri titoli più noti ed eccellenti.
Doppiaggio diretto da Duccio Tessari. Sydne Rome tenera e triste, tristissima. 

 Recensione a cura di:




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