giovedì 10 dicembre 2015

ANNA QUEL PARTICOLARE PIACERE (1973)

Regia: Giuliano Carnimeo. Soggetto: Sauro Scavolini, Luciano Martino. Sceneggiatura: Sauro Scavolini, Francesco Milizia, Ernesto Gastaldi. Fotografia: Marcello Masciocchi. Montaggio: Eugenio Alabiso. Aiuto Regista: Filiberto Fiaschi. Operatore alla Macchina: Sebastiano Celeste. Fotografo di Scena: Francesco Narducci. Effetti Speciali: Cataldo Galiano. Direttore di Produzione: Averroè Stefani. Organizzazione Generale: Vittorio Galiano. Colore: Technospes. Doppiaggio e Sincronizzazione: N.C, con la collaborazione della C.D.. Costumi: Oscar Capponi. Musiche: Luciano Michelini (Edizioni Musicali RCA). Costumi: Oscar Capponi. Produttore: Luciano Martino, Carlo Ponti. Casa di Produzione: Dania Film - C.C. Champion. Distribuzione: Interfilm. Durata: 100’. Genere. Drammatico. Interni: Icet – De Paolis (Milano). De Paolis (Roma). Interpreti: Edwige Fenech, Richard Conte, John Richardson, Corrado Pani, Corrado Gaipa, Bruno Corazzari, Antonio Casale, Laura Bonaparte, Shirley Corrigan, Ennio Balbo, Paolo Lena, Carla Calò, Gabriella Giacobbe, Umberto Raho, Wilma Casagrande, Ettore Manni, Aldo Barberito, Bruno Boschetti, Carla Mancini, Vittorio Pinelli, John Bartha, Tommaso Felleghi, Bruno Boschetti, Iride De Santis.

Giuliano Carnimeo gira un film singolare come Anna, quel particolare piacere (1973), una commistione di generi totale, che in parte coinvolge la nostra trattazione. Interpreti principali: Edwige Fenech (Anna), Corrado Pani (il perfido Guido) e Richard Conte (il mafioso Soriani) e John Richardson (Lorenzo, il medico buono). Il soggetto è di Sauro Scavolini e Luciano Martino (che realizza il film prodotto da Carlo Ponti), la fotografia è di Marcello Masciocchi, la sceneggiatura di Ernesto Gastaldi, Francesco Milizia e Sauro Scavolini, le musiche intense e dal marcato tono romantico sono di Luciano Michelini. Citiamo nella colonna sonora anche Pazza idea di Patty Pravo e un breve intermezzo con la sigla della popolare trasmissione Carosello. Incredibile l’eccesso di pubblicità indiretta a colpi di J&B, Baci Perugina, Punt & Mes, il settimanale Oggi e chi più ne ha più ne metta. Non ci facevano molto caso i frequentatori delle sale di seconda visione, ma oggi sembrano spot invasivi.

Anna, quel particolare piacere non è un film molto considerato dalla critica cinematografica. Paolo Mereghetti concede una stella: “L’ambientazione da Milano violenta e gli avari nudi della Fenech non sono sufficienti per aggiornare un banale mélo di impostazione ottocentesca. La produzione Carlo Ponti garantisce almeno un Capogrossi alle pareti”. Pino Farinotti concede due stelle ma si limita a sintetizzare la trama, Marco Giusti non ne parla proprio, forse non lo ritiene abbastanza Stracult. Fino ad alcuni anni fa non era facile reperire la VHS, venduta a prezzi altissimi dai collezionisti, ma da quando è in circolazione il dvd è facile reperire il film. A nostro avviso è un lavoro interessante che permette di apprezzare la bravura di Edwige Fenech in un ruolo da protagonista. La bella attrice franco-algerina è Anna, la cassiera di un bar di Bergamo che si innamora di Guido (Corrado Pani), un pericoloso boss mafioso. Il primo tempo è costruito come un poliziottesco, un mafia movie violento, un gangster movie, anche se forse la definizione più calzante è un noir ala Fernando di Leo. Le prime sequenze riguardano una cruenta estrazione di pallottola da un corpo umano e diverse sparatorie con relativi inseguimenti. Gli elementi erotico - perversi prendono il sopravvento sulla trama noir quando il regista descrive il torbido rapporto tra Guido e Anna. La ragazza si innamora perdutamente e cade nella rete del criminale che poco a poco mostra la sua vera natura. Prima parte caratterizzata da una suggestiva fotografia di Bergamo Alta e da ottimi primi piani dei protagonisti, inquadrature stile western degli occhi di Fenech e Pani che si scambiano sguardi complici. Il tono è da cinema romantico, sia per la colonna sonora suadente che per i dialoghi. Pani rivolto alla Fenech: “Hai la testa piena di sogni e un gran bisogno di vivere”. L’andamento lento della storia conferisce un tono sognante, romantico, idilliaco, che si stempera dopo le prime avvisaglie di un rapporto che va deteriorandosi. Si passa dal tono romantico al noir più duro anche se la musica di fondo resta sempre la stessa. Carnimeo dà un saggio della sua bravura con intense soggettive, primissimi piani, zummate e scene d’azione dotate di realistici inseguimenti. Il rapporto tra Guido e Anna prende una cattiva piega, con lui che la rimprovera a suon di schiaffoni per una scenata di gelosia. I rapporti sessuali diventano sempre più violenti e si intuisce che Anna gode nel provare dolore. Il legame che unisce la ragazza a Guido è di tipo sadomasochista (“quel particolare piacere” cui fa riferimento il titolo), ma il regista non lo rende esplicito oltre il dovuto. Guido colpisce Anna, le afferra i capelli, li porta verso di sé, la prende strappandole la biancheria intima, senza dolcezza, a parte la prima volta quando si presenta come un amante perfetto. Il film possiede un’alta carica erotica, la Fenech si spoglia con generosità, si esibisce in una rapida doccia e mostra un seno rigoglioso. Recita una parte da donna innamorata di un delinquente caratterizzando bene il personaggio e rendendolo credibile. La sua mimica è espressiva, l’intensità dello sguardo colpisce, la presenza scenica è sempre all’altezza. Anna finisce nel giro del boss mafioso Riccardo Sogliani (Conte), deve fare da porta valori in Svizzera, assiste a un delitto e infine viene impiegata come accompagnatrice nel night del mafioso. Guido la convince alla sua maniera, ormai è un dominatore assoluto, un magnaccia più che un amante. Il legame sadomasochista tra Guido e Anna arriva al punto che la ragazza viene obbligata a far l’amore con le persone suggerite da Sogliani. Anna scende nel precipizio della depravazione e distrugge la sua volontà annientandosi in quella di Guido. In una sequenza calda la Fenech è obbligata a recarsi da un cliente che le consegna un assegno per la prestazione e la osserva mentre si spoglia. Lo strip è molto sensuale con la Fenech che si sfila le calze lentamente, slaccia il reggiseno, gli slip e resta nuda davanti all’uomo in estasi. Il rapporto sessuale si intuisce soltanto, ma il livello di erotismo malsano è intenso. La scena è girata per gli esterni sul Lago Maggiore, in una albergo della zona di Stresa. Anna si accorge di essere incinta e mette da parte dei soldi per quel bambino che vorrebbe tenere. Guido vorrebbe obbligarla ad abortire, ma la ragazza può fuggire a Roma dall’amica Loredana (Bonaparate) grazie a un provvidenziale arresto che vede il compagno condannato a scontare sei anni di galera. Il regista filma persino la visita ginecologica, in un eccesso di realismo, con la Fenech distesa sul letto e le gambe divaricate. Per il periodo era una scena molto calda, a rischio taglio in sede di censura. L’arresto di Guido chiude il primo tempo, un noir perverso, melodrammatico, una sorta di dramma erotico ambientato nel mondo della malavita. La seconda parte è di ben altro tenore, ma ai nostri fini è interessante perché prende la piega di un lacrima movie stile L’ultima neve di primavera (1973), ma a tratti ricorda pure Love Story (1970). Anna è andata a vivere a Roma dove si è impiegata come commessa in una libreria, suo figlio ha sei anni e spesso le chiede di un padre che non conosce. Entra in scena Lorenzo, il bravo John Richardson, il medico che salva il figlio di Anna da morte sicura eseguendo una tracheotomia d’urgenza. Anna esce con il medico, finisce per innamorarsi e pensa di poter fare una vita normale, anche perché Lorenzo è pazzo di lei e vuol bene anche al bambino come se fosse suo figlio. Il primo tentativo di cinema strappacuore lo apprezziamo con la malattia del bambino, la corsa in ospedale, l’operazione d’urgenza e il medico che si prende cura del piccolo come se fosse il padre. Una parte di pellicola che ricorda il feuilleton, una storia da fotoromanzo stile donne di strada che sposano principi. Il dottore regala una scimmietta al piccolo Paolo (Lena) mentre il bambino chiede: “Sei tu il mio papà? Io non lo conosco il mio papà. Sei sicuro che non sei tu?”. La parte romantica sta prendendo il sopravvento.  Paolo che dice alla madre: “Lui è il papà che mi piace. Tutti gli altri bambini ce l’hanno un papà. Me lo compri anche a me?”. In una notte di tempesta la Fenech e Richardson si scambiano il primo bacio e subito dopo fanno l’amore. Altro tocco melodrammatico che conduce il film su un’altra direttrice, divagando dalla prima parte d’impronta noir e poliziesca. A un certo punto torna in scena Guido che obbliga Anna a liberarsi del bambino e del dottore per tornare a fare la prostituta al soldo della mafia. Abbiamo un nuovo rapporto sessuale Pani-Fenech a contenuto sadomasochista che ci riporta alle atmosfere perverse della parte ambientata tra Milano e Bergamo. Anna lascia il bambino alle suore e scrive al medico di non pensarla più, perché deve salvare la vita del figlio e il solo modo è ubbidire a Guido. In un finale da romanzo nero, Anna trova la forza per ribellarsi, scarica su Guido diversi colpi di pistola, ma lui non muore subito, riesce a rialzarsi, la segue in ascensore e proprio davanti alla porta del condominio le spara. Anna viene raggiunta da tre colpi di pistola alla schiena che fotografano la sua smorfia di dolore. Il finale è puro cinema strappalacrime, una via di mezzo tra Love Story e le nostre pellicole con protagonisti i bambini che muoiono. Lorenzo è al capezzale di Anna. Dialogo drammatico e intenso con l’uomo che prova a convincere la donna che guarirà. “Povero amore mio, come menti male” dice lei. “Soltanto io ho conosciuto la vera Anna”, ribatte lui. Arriva anche il bambino e abbraccia la madre tra le lacrime. “Non abbandonarlo. Lui non ha colpa”, implora Anna. “la mamma ha detto che ora sei il mio papà”, dice Luca. Siamo in presenza di un lacrima movie al contrario, che capovolge gli stilemi del genere, qui è la madre che muore in un letto di ospedale mentre il figlio è al Luna Park con l’uomo che diventerà suo padre. Anna muore dopo l’operazione, Lorenzo viene a saperlo telefonando in clinica, mentre il piccolo Paolo compie un altro giro di giostra, incurante di quanto accaduto. Vita e morte che si danno il cambio, che cedono il posto l’una all’altra, senza soluzione di continuità. Il bambino si stringe forte al nuovo papà. Ormai ha soltanto lui.
Un lacrima movie che nel finale ricorda il contemporaneo L’ultima neve di primavera (1973), solo che nella pellicola di Raimondo del Balzo muore il bambino che il padre tiene in braccio sopra una giostra. Carnimeo rende bene il contrasto tra il grande dolore di Lorenzo e la gioia spensierata del Luna Park, il bambino non sa niente di quanto accaduto e abbraccia un uomo in lacrime che per lui è suo padre. Anna non c’è più e a ricordarla resta solo un bambino che il medico ha giurato di allevare come un figlio. Love Story è un’altra fonte di ispirazione per sceneggiatori e regista, almeno per quanto riguarda la seconda parte che vede una grande storia d’amore e la morte della donna amata, anche se non per malattia incurabile ma uccisa da tre colpi di pistola.
Il regista ricorda Anna quel particolare piacere come “un fumettone fatto con una certa dignità che aveva un titolo ambiguo solo per lasciare immaginare chissà quali cose strane”. Nel cast troviamo anche un attore hollywoodiano come Richard Conte (1910 - 1975), interprete professionale, spontaneo e mai artefatto. Il ruolo del boss mafioso era cosa per lui, dopo aver interpretato Il padrino (1972) di Francis Ford Coppola. Ha lavorato molto in Italia con registi come Fernando di Leo (Il boss, Il poliziotto è marcio), Duccio Tessari (Tony Arzenta), Steno (Anastasia mio fratello), Tonino Ricci (L’onorata famiglia), Mario Siciliano (Eroticofollia) e Franco Martinelli (Roma violenta). Ha concluso la carriera proprio in Italia con il pessimo Un urlo dalle tenebre (1975) di Angelo Pannacciò e Franco Lo Cascio. Molto bravo anche il britannico John Richardson (1934), attivo nel cinema italiano, in questa occasione doppiato da Cesare Barbetti. Un attore da lacrima movie, che ricordiamo interprete anche de L’albero dalle foglie rosa e La bellissima estate. Ettore Manni (1927 - 1979) è un altro boss mafioso, impeccabile come sempre, un attore che è una certezza del cinema italiano sin dagli anni Cinquanta. Ricordiamo la sua morte sul set de La città delle donne (1979) di Federico Fellini, per un colpo di fucile, sparato per errore mentre lo puliva, anche se alcuni parlarono di suicidio. Infine Corrado Pani (1936 - 2005), il cattivo della storia, attore a tutto tondo, persino doppiatore, che ha calcato palcoscenici teatrali e set cinematografici con grande abilità. Premio Gassman alla carriera. Vice su Il Messaggero del 7 dicembre 1973 commenta la pellicola: “Dopo un primo tempo cadenzato sul ritmo di un poliziesco, il film assume via via toni sempre più melodrammatici con dialoghi lacrimevoli e ispirati chiaramente ai romanzi d’appendice, anche se rivisti in chiave ironica. La regia è di Giuliano Carnimeo, formalmente valida ma condizionata dalla fragilità della sceneggiatura”. Non condividiamo. Una valida sceneggiatura e una regia ispirata realizzano un prodotto ibrido, insolito nel panorama nazionale, un coacervo di generi che coesistono senza soluzione di continuità.

Il film è stato pubblicato in DVD dalla Quinto Piano.

Recensione a cura di:


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