giovedì 12 novembre 2015

L'URLO (1970) di Tinto Brass - recensione del film


L'URLO (1970) di Tinto Brass
Riproiettato nel 2013 al Festival del Cinema di Roma in occasione dell’ottantesimo compleanno di Brass, censurato in tutti i modi possibili, celebrato postumo come un capolavoro, “L’urlo” di Tinto Brass è sicuramente un film in grado di far discutere. E non fa discutere riguardo alle tematiche trattate, che adesso risultano oltremodo trapassate e antiche, ma riguardo al modo da “Nouvelle Vague”, adoperato da Brass e dalla sua macchina da presa, di raccontare la storia.
Non c’è trama, se non quella minima che ci permette di contestualizzare il tutto: siamo nel 1968 e Anita (un’incantevole Tina Aumont) rifiuta di sposare un borghese buon partito e di vivere una vita di convenzioni, per seguire l’attore Coso (Luigi Proietti, in uno dei ruoli più eclettici della sua intera carriera) e affidare la sua esistenza al vagabondaggio, al sesso libero e fondamentalmente al non-senso.
Finiscono dapprima in un hotel sporco e volgare, diventano poi prede di cannibali/filosofi, e infine nel bel finale, rumoroso e maniacale, fanno evadere tutti i matti ricoverati in un ospedale psichiatrico.
Si respira indubbiamente il clima sessantottesco del periodo e la poetica anarchica del regista veneziano (di adozione) in questo pasticcio ai limiti del surreale, ma sono evidenti anche diverse assonanze in primis con l’erotismo felliniano de “La città delle donne” (che arriverà anni più tardi) e anche con un certo istrionismo alla Carmelo Bene di “Nostra signora dei turchi”, che il protagonista Proietti sembra quasi volere imitare nella sua non convenzionalità e de-umanizzazione del personaggio.
Ma al contempo sono visibili a occhio nudo certi “fastidi” che nel 1968 come oggi rischiano di danneggiare lo svolgimento del film: il linguaggio (quello cinematografico del primo Brass, e quello dei personaggi qui ritratti) è talmente anticonformista che rischia di stufare subito; le idee (anche qui sia a livello di riprese che di svolgimento dei fatti vero e proprio) iniziano a mancare già dalla prima mezz’ora, e il libertinismo inneggiato dai selvaggi protagonisti a volte si rifugia  nella barzelletta e nella goffaggine più che in un vero e proprio senso di appartenenza.
Siamo però, volenti o nolenti, di fronte a un documento storico, per due motivi: in primis per la presenza di un’ulteriore testimonianza nel nostro cinema di un prodotto anti-borghese e anti convenzionale, un prodotto sostanzialmente testimone dell’epoca in cui è stato realizzato. In più perché, come per quanto riguarda tutta la prima filmografia di Brass, qui l’erotismo (per quel che è possibile) è un erotismo vero, quasi d’autore, e non influenzato dalla tendenza boccaccesca, commerciale e quindi monotona, del post “La chiave”.
E’ questo un Brass giovane, totalmente diverso da ciò che si vedrà più avanti e che purtroppo cancellerà quanto di sperimentale era insito nella poetica originale. Un Brass da rivalutare, pur nei suoi visibili difetti.
Il film è stato presentato nella Quinzane des Réalisateurs al Festival di Cannes del 1970, per quanto sia stato girato due anni prima.

Regia: Tinto Brass; Soggetto: Tinto Brass, Tinto Brass; Sceneggiatura: Tinto Brass, Franco Longo, Tinto Brass, Francesco Longo; Interpreti: Tina Aumont (Anita Annigoni), Luigi Proietti (Carlo detto "Coso"), Nino Segurini (Berto Bertuccioli), Germano Longo (direttore manicomio), Edoardo Florio (Diogene), Giorgio Gruden (portiere di notte), Osiride Peverello (filosofo cannibale), Attilio Corsini (anarchico, suonatore di basso), Carla Cassola (pianista), Tino Scotti (intellettuale custode scuola), Sam Dorras (prete), Linda Diatta, gemelli Casanova; Fotografia: Silvano Ippoliti, Silvano Ippoliti; Musica: Fiorenzo Carpi, Fiorenzo Carpi; Costumi: Maricia D'Alfonso; Scenografia: Jean Robert Maquis, Jean Robert Maquis; Montaggio: Tinto Brass, Tinto Brass; Suono: Pietro Spadoni; Produzione: Lion Film; Distribuzione: De Laurentiis; censura: 54519 del 24-01-1970

Recensione a cura di:
 


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