domenica 7 giugno 2015

4 MOSCHE DI VELLUTO GRIGIO (1971)

Regia/Director: Dario Argento
Soggetto/Subject: Dario Argento, Luigi Cozzi, Mario Foglietti
Sceneggiatura/Screenplay: Dario Argento
Interpreti/Actors: Mimsy Farmer (Nina Tobias), Jean-Pierre Marielle, Aldo Bufi Landi (medico legale obitorio), Oreste Lionello ("professore"), Stefano Satta Flores (Andrea), Carlo Pedersoli [Bud Spencer] (Diomede), Dante Cleri, Guerrino Crivello, Gildo Di Marco, Tom Felleghi, Leopoldo Migliori, Fulvio Mingozzi, Stefano Oppedisano, Pino Patti, Ada Pometti, Jacques Stany (psichiatra), Michael Brandon, Francine Racette (Dalia), Calisto Calisti (Marosi), Michael Brandon (Roberto Tobias), Jean-Pierre Marielle (Gianni Arrosio), Marisa Fabbri (Amelia, la governante), Fabrizio Moroni (Mirko), Corrado Olmi (portinaio), Costanza Spada [Laura Troschel] (Maria Pia), Gianni Di Benedetto (visitatore mostra bare), Sandro Dori (addetto mostra bare), Renzo Marignano (altro addetto mostra bare)
Fotografia/Photography: Franco Di Giacomo
Musica/Music: Ennio Morricone
Costumi/Costume Design: Enrico Sabbatini
Scene/Scene Design: Enrico Sabbatini
Montaggio/Editing: Françoise Bonnot
Suono/Sound: Mario Ronchetti
Produzione/Production: Seda Spettacoli, Universal Productions France, Paris
Distribuzione/Distribution: Cinema International Corporation
censura: 59423 del 11-12-1971

Terzo film della cosiddetta “trilogia degli animali” di Dario Argento.
4 mosche di velluto grigio si situa a metà strada tra l’intrigo giallo e il cinema del terrore, terrore provocato, meglio di altre volte, da atavici archetipi della paura. Il film si regge sull’incertezza, sull’ignoto, sulla minaccia incombente, che scaturiscono dal quotidiano della vita di tutti i giorni. Si tratta inoltre di una pellicola molto hitchcockiana dove vengono affrontati e analizzati in maniera più compiuta temi quali quelli della cospirazione e della malattia mentale come esito di un trauma infantile all’interno della famiglia.
Dispiace partire dal fondo, cioè dall’assassino, ma è la chiave per comprendere il significato di tutto il film e cioè: mai fidarsi delle persone più rassicuranti, quelle che ti dormono accanto, quelle che paiono insospettabili. Il tema della doppia personalità è qui studiato ai massimi termini, forse uno degli aspetti che rendono il film sempre attuale, nonché incredibilmente realistico e inquietante.
Uno dei più riusciti e fondamentali personaggi di questa pellicola è Nina, bionda, capelli corti, interpretata da Mimsy Farmer, una moglie sfuggente e decisamente ambigua, ricorda molto da vicino la Tippi Hedren di Marnie, vive al fianco del marito Roberto, un giovane musicista, che da un momento all’altro si trova inspiegabilmente perseguitato da un individuo sconosciuto, vestito di nero e con occhiali scuri, che senza motivo apparente, lo pedina e cerca di intimidirlo in ogni modo.
In un impeto di rabbia, con coraggio, una sera Roberto una sera lo affronta in un teatro vuoto e accindentalmente lo uccide (o crede di averlo ucciso). Nina all’oscuro di ogni cosa viene messa al corrente del fatto quando il marito comincia a ricevere ricatti e minacce allusive da ignoti. Ma purtroppo egli non può rivolgersi alla polizia per ovvi motivi.

Quando questo misterioso “qualcuno” arriva addirittura a infiltrarsi nella sua villa per tentare di strangolarlo durante la notte, Roberto decide che è arrivato il momento di farsi aiutare e consigliato da uno strampalato amico (Dio, una stupenda parte affidata a Bud Spencer) si affida a un investigatore privato (altrettanto “sui generis”). Ma tutto ciò non è di aiuto a Roberto perché molti intorno a lui vengono assassinati, è perseguitato da un incubo nel quale vede un’esecuzione capitale in un paese arabo, che diventa un ossessivo leit-motiv. Parallelamente assistiamo, senza alcun nesso narrativo, a un’altra scena abbastanza disturbante, che ritorna nel corso del film: un girotondo in soggettiva nella camera di contenzione di un manicomio, accompagnato dalle grida di un uomo dispotico che pare rimproverare il malcapitato di essere una femminuccia.
Se, voi che leggete e non conoscete magari Dario Argento, pensate già di esservi spaventati, ricordate che i colpi di scena non sono finiti. Inoltre ci sarebbe ancora da capire che cosa sono queste quattro mosche di velluto grigio del titolo…
Ma lo possiamo dire: sono l’ultima immagine vista da una vittima prima di morire, rimasta impressa sulla retina e fotografata con un apparecchio fotografico speciale. Questo espediente è poi la chiave che consentirà a Roberto di arrivare al killer seriale, il quale, in realtà aveva come unico obiettivo quello di ammazzare proprio lui.
Il finale, liberatorio, tragico, patetico, da pelle d’oca, oltre a regalarci una delle più belle confessioni isteriche del cinema giallo, rivela in un sol colpo la simbologia sottesa al film e si comprende come Argento abbia disseminato sineddoche, metafore oscure, indovinelli che alla fine vengono portati alla luce, come al termine di un lavoro psicanalitico. E qui voglio pure ricordare che l’incubo di Roberto con la decapitazione ha un preciso scopo nel film, non tutto avviene a caso…..
Scritto dallo stesso Argento, Mario Foglietti e Luigi Cozzi, 4 mosche di velluto grigio è indubbiamente uno dei migliori thriller girati da Dario Argento insieme a Profondo rosso, molte sono le riprese che ricordano uno stile ispirato a Sergio Leone, con siparietti comici e caratteristi che non fanno cadere di tono il film, ma anzi, danno l’illusione che si possa scherzare, ma in realtà Dario Argento nella scena successiva ci riporta nell’oscurità fisica e interiore, quasi per farci pentire di esserci lasciati andare a qualche sorriso.
4 mosche di velluto grigio è infatti molto claustrofobico, con una buona fotografia giocata a volte sul chiaro-scuro, la musica di Morricone fa il resto e nel tema principale si ispira ai Deep Purple, un gruppo che in origine era stato voluto dal regista.
Finalmente liberato da problemi di diritti che ne hanno impedito la messa in onda televisiva e la stampa su supporto video per anni, ormai 4 mosche  si è guadagnato il ruolo di piccolo cult del cinema italiano.

Recensione a cura di :
Guido Colletti

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