giovedì 19 febbraio 2015

TERMINI GENERI POPOLARI E GENERI INTELLETTUALI IN RELAZIONE AL CINEMA ITALIANO. APPUNTI SULLA TERMINOLOGIA CINEMATOGRAFICA - di Jan Švábenický





Con questo saggio vorrei spiegare il mio approccio all’uso di alcuni termini usati in ambito cinematografico italiano, nel tentativo di evidenziare la differenza tra cinema popolare ed intellettuale. Ho deciso di scrivere quanto segue anche perché molti mi chiedono delucidazioni in merito al loro esatto uso. Succede spesso che questi termini vengano corretti, riscritti o totalmente rimossi cercando di dividere i sostantivi dagli aggettivi. Si tratta anzitutto di termini come: genere popolare, cinema popolare, genere intelettuale e cinema intelettuale. L’uso legittimo di questa terminologia lo troviamo applicabile quando vogliamo definire diversi tipi e modelli di cinema focalizzando la nostra attenzione su due aspetti principali, ovvero: 1.) sull’uso del linguaggio cinematografico specifico, e 2.) dal punto di vista dell’industria cinematografica nel senso di categorizzazione dei film per un certo tipo di pubblico. Nel caso dell’aggettivo popolare, restando nell’ambito della cinefilia (intesa come ammirazione del cinema da parte degli spettatori, appassionati, o collezionisti) si tratta di un termine ad uso esclusivamente sociologico ed identificativo.

Per portare un esempio, lo storico e ricercatore di cinema Gian Piero Brunetta[1]1 (solo per citarne uno) usa i termini genere popolare o cinema popolare per indicare, differenziare e categorizzare due tipi di cinema concepiti ad uso e consumo della cultura nel periodo moderno e post-moderno. Per una migliore chiarificazione del concetto porterò alcuni esempi concreti. Termini identificativi come cinema popolare e genere popolare rappresentano parte integrante della storiografia e del giornalismo cinematografico in uso in Italia già dagli anni Trenta. Renato Giani[2]2 , in un articolo dal titolo Il cinema popolare scritto nel 1939 sulla rivista “Cinema” esamina i vari modelli di generi popolari contestualizzandoli all’interno dell’ industria cinematografica italiana degli anni Trenta. Sempre per la stessa rivista, in un saggio del 1956 dal titolo Del cinema commerciale e di quello cosiddetto popolare, Carlo Sannita[3]3 esamina il rapporto che intercorre tra la fruizione dei generi cinematografici e il pubblico italiano.
Delle monografie degli anni Settanta possiamo menzionare Roberto Amoroso, Il cinema popolare italiano negli anni '50 di Mario Franco[4]4 o Neorealismo d'appendice, Per un dibattito sul cinema popolare. Il caso Matarazzo di Adriano Aprà e Claudio Carabba[5]5. Ad esclusione del Brunetta, questi termini vengono usati, nella stessa modalità dagli storici e saggisti italiani di cinema menzionati fino ad ora. Stefano Della Casa[6]6 nel suo libro Storia e storie di cinema popolare italiano dal 2001 con questi termini indica quel cinema destinato ad un pubblico di massa. Il rapporto tra cultura popolare e cinema popolare viene esaminato a livello storiografico da Paola Valentini[7]7 nel suo libro La scena rubata. Il cinema italiano e lo spettacolo popolare (1924-1954) dal 2002. Mentre le connotazioni socioculturali tra generi popolari, pubblico e industria cinematografica italiana sono analizzate da Giacomo Manzoli[8]8 in Da Ercole a Fantozzi. Cinema popolare e società italiana dal boom economico alla neotelevisione (1958-1976).
Mentre in ambito giornalistico e di critica cinematografica spesso vi è un uso improprio della terminologia, come per esempio l’utilizzo di espressioni tipo cinema d'arte o cinema commerciale, perché in tale circostanza il cinema è identificato esclusivamente come spettacolo di intrattenimento socioculturale. Anche il termine cinema di genere non è propriamente corretto a mio parere, perché tutti i film hanno una struttura di genere senza alcuna differenzazione. I generi sono elementi fondamentali per qualsiasi tipo e modello di cinema. In questo caso dipende dal linguaggio cinematografico con cui il film si rivolge al pubblico. Per questa ragione uso termini in opposizione tra di loro tra di loro quali generi popolari e generi intelettuali. Per esempio anche i film di Michelangelo Antonioni, Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, Elio Petri, solo per citarne alcuni, hanno strutture di genere, sono drammi psicologici o storici di costume o (in caso di Petri) polizieschi politizzicati ecc. Quindi non esiste opposizione tra cinema d'arte e cinema di genere, e ogni categorizzazione è assolutamente sbagliata, perché di genere sono tutti i film e l’aggettivo d'arte è un termine molto soggettivo che non dice niente di concreto sul cinema in generale. È soltanto una preferenza soggettiva e personale di certi gruppi dei spettatori e critici che preferiscono identificare soltanto una parte di ciò che a loro piace. Anche il termine cinema commerciale è incorretto, perché ogni film che nasce dall’ industria cinematografica ha bisogno di fonti economiche per sostenere i costi di produzione e distribuzione e sempre di commercio si tratta anche nel caso del cinema di Antonioni, Visconti, Pasolini, Petri ecc.
Dipende sempre dal criterio con cui vengono scelti in ambito di linguaggio cinematografico i termini d'espressione che servono a determinare la differenzazione tra generi popolari e generi intelettuali. Per citare esempi concreti, possiamo menzionare alcuni capitoli presi dai libri storiografici di Gian Piero Brunetta dove  usa termini quali generi popolari o cinema popolare per riferirsi al cinema fruito dal pubblico di massa. Per esempio, sia nel capitolo I generi popolari tra realismo e «fantasy» dal libro Cent'anni di cinema italiano del 1991[9]9 che nel sottocapitolo Tramonto dei generi popolari dal libro Il cinema italiano contemporaneo da La dolce vita a Centochiodi del 2007[10]10 i generi popolari vengono descritti e definiti come categoria specifica dal punto di vista socioculturale e sociologico in relazione a pubblico di massa. Dal punto di vista economico il cinema è un sistema fortemente organizzato a livello industriale, che permette di coprire con i suoi prodotti sia il mercato domestico che quello internazionale.
Produzione e distribuzione sono i principi fondamentali per far funzionare effettivamente il cinema, quindi secondo me è molto sbagliato parlare con termini in opposizione tra loro quali cinema d'autore – cinema commerciale o di genere, perché si tratta soltanto di etichette soggettive usate dalla critica cinematografica. I generi in quanto tali sono stati importanti fin dalla nascita del cinema come ricorda il produttore Manolo Bolognini nell’intervista con sua figlia Carlotta riportata nel libro Manolo Bolognini. La mia vita nel cinema. Cinquant'anni di ricordi raccolti da Carlotta Bolognini.[11]11 Per quanto riguarda i termini usati per definire i vari dei generi popolari dobbiamo menzionare anche la terminologia angloamericana che spesso usa definizioni vaghe e poco chiare, semplificando e generalizzando molto i contenuti socioculturali del cinema. Per esempio il termine B movie, che ha origine nel periodo intorno agli anni 30 negli Stati Uniti, stava a indicare la scaletta di programmazione dei film nelle sale cinematografiche.
Di questo fraintendimento ne parla nei suoi libri e lavori accademici di cinema lo storico e teorico americano Rick Altman.[12]12 Quindi il termine B movie non indica una valutazione critica ed estetica dei film singoli ma semplicemente  l’ordine di proiezione degli stessi: primo film (A movie) e secondo film (B movie). Negli anni cinquanta sulle pagine della rivista francese Cahiers du cinéma i critici usavano la definizione B movie per dare una valutazione estetica al film, ma come già detto l’uso di questo termine è improprio, perché così facendo si da una valutazione soggettiva e non oggettiva quando ci si approccia allo studio storico e tecnologico del cinema. Stesso problema si riscontra quando si usano altri termini angloamericani quali exploitation, splatter, slasher, snuff movie, grindhouse, gore, sleazy cinema, trash, cinema bis, kitsch (originariamente dalla parola tedesca) ecc. , perché non si tratta di termini universalmente accettati e applicabili allo studio della storia del cinema come disciplina accademica e socioculturale, ma delle etichette soggettive ed in alcuni casi peggiorative usate e create dalla critica giornalistica.
Come esempio si possono prendere  tutti i film western girati e prodotti in Italia dalla metà degli anni 60 in poi. In questo caso la critica e il giornalismo americano coniarono un’apposita etichetta, che in origine aveva un’accettazione dispregiativa, definendoli spaghetti-western. In realtà, questa etichetta ha soltanto (oltre al senso negativo dato in origine dalla critica) un’importanza economica, perché è funzionale all’uso che ne fanno i cinefili ed i collezionisti per individuare i film appartenenti a questo sottogenere. Invece una definizione più idonea per identificare i film western girati in Italia, è western all'italiana, che comprende il collegamento tra il genere (western) e l’origine nazionale (è stato concepito come spettacolo italiano; prodotto da italiani; girato da italiani; e distribuito da italiani). Il termine all'italiana racchiude al suo interno anche l’approccio socioculturale che aveva il cinema italiano nel concepire i western di sua produzione, che quasi nulla avevano in comune con i western all’americana (termine usato dal regista e sceneggiatore Ernesto Gastaldi per identificare western di estrazione hollywoodiana[13]13). Perché se in quest’ultimi la storia si sviluppa nella maggior parte dei casi in quella che fu l’epopea della conquista del far-West, nei western all’italiana metaforicamente si affrontano problemi sociopolitici e di carattere più universale che hanno portato a scaturire delle riflessioni anche sulla storia contemporanea di Italia, Europa, Terzo Mondo e paesi dell’America del sud.
Questo saggio non è un attacco personale ai critici ed addetti ai lavori che usano questi e molti altri termini in ambito giornalistico. Capisco l’uso di queste etichette, ma non ne condivido l’approccio, perché le vedo come semplificazioni di eventi e fatti socioculturali strettamente collegati con il periodo storico in cui sono stati concepiti, e non tengono conto dello sviluppo e la trasformazione del cinema popolare italiano e dei suoi generi.


Note:


[1]1
        BRUNETTA, Gian Piero. Splendori e miserie dei generi. Tramonto dei generi popolari. In Il cinema italiano contemporaneo da La dolce vita a centochiodi. 1. ed. GLF Editori Laterza : Roma, 2007, pp. 384-433. ISBN 978-88-420-8374-0.
[2]2   GIANI, Renato. Il cinema popolare. In Cinema, 1939, v. IV, n. 69, 10 mag. 1939, pp. 292-293.
[3]3   SANNITA, Carlo. Del cinema commerciale e di quello cosiddetto popolare. In Cinema, 1956, IX, n.158, 10 gen. 1956, pp. 1088-1089.
[4]4   FRANCO, Mario (a cura di). Roberto Amoroso. Il cinema popolare italiano negli anni '50. 1. ed. Cineteca Altro : Napoli, 1976.
[5]5   APRÀ, Adriano – CARABBA, Claudio. Neorealismo d'appendice. Per un dibattito sul cinema popolare. Il caso Matarazzo. 1. ed. Guaraldi : Rimini, 1976.
[6]6   DELLA CASA, Stefano. Storia e storie del cinema popolare italiano. 1. ed. La stampa : Torino, 2001. ISBN 88-7783-134-0.
[7]7   VALENTINI, Paola. La scena rubata. Il cinema italiano e lo spettacolo popolare (1924-1954).1. ed. V&P strumenti : Milano, 2002. ISBN 88-343-0949-9.
[8]8   MANZOLI, Giacomo. Da Ercole a Fantozzi. Cinema popolare e società italiana dal boom economico alla neotelevisione (1958-1976). 1. ed. Carocci : Roma, 2012. ISBN 978-88-430-4863-2.
[9]9   BRUNETTA, Gian Piero. I generi popolari tra realismo e «fantasy». In Cent'anni di cinema italiano. 1. ed. Editori Laterza : Roma, 1991, pp. 406-429. ISBN 88-420-3851-2.
[10]10       BRUNETTA, Gian Piero. Splendori e miserie dei generi. Tramonto dei generi popolari. In Il cinema italiano contemporaneo da La dolce vita a Centochiodi. 1. ed. GLF Editori Laterza : Roma, 2007, pp. 384-433. ISBN 978-88-420-8374-0.
[11]11       BOLOGNINI, Carlotta. Manolo Bolognini. La mia vita nel cinema. Cinquant'anni di ricordi raccolti da Carlotta Bolognini. 1. ed. Centro Mauro Bolognini / Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia : Pistoia / Pescia, 2014.
[12]12       ALTMAN, Rick. Film/Genre. 1. ed. V&P università : Milano, 2004. ISBN 88-343-1047-0. (Traduzione di Antonella Santambrogio. Introduzione di Francesco Casetti e Ruggero Eugeni).
[13]13       ŠVÁBENICKÝ, Jan. Seconda parte. Intervista con Ernesto Gastaldi. In Aldo Lado & Ernesto Gastaldi. Due cineasti, due interviste. Esperienze di cinema italiano raccontate da due protagonisti. 1. ed. Edizioni Il Foglio : Piombino, 2014, pp. 109. ISBN: 978-88-7606-528-6.

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