venerdì 28 novembre 2014

ATTILA FLAGELLO DI DIO (1982)

Regia/Director: Franco Castellano, Giuseppe Moccia [Pipolo]
Soggetto/Subject: Franco Castellano, Giuseppe Moccia [Pipolo], Mario Cecchi Gori
Sceneggiatura/Screenplay: Franco Castellano, Giuseppe Moccia [Pipolo]
Interpreti/Actors: Diego Abatantuono (Ardarico detto Attila), Rita Rusic (Uraia), Angelo Infanti (Fusco, il romanzo), Enrico Antonelli (centurione burino), Armando Marra (seguace di Attila), Franz Di Cioccio (Gallo, un seguace di Attila), Vincenzo Crocitti (seguace di Attila), Mauro Di Francesco (Ferdulfo, il contestatore), Francesco Salvi (seguace di Attila), Luciano Stella (Serpicio), Iris Peynado, Toni Ucci (Fabio Massimo), Elsa Vazzoler (Cornaia), Anna Kanakis, Iris Peynado, Mario Pedone (Godmar, il gigante), Giuseppe Castellano, Armando Celso (Frensisio, il somaro), Franco Diogene, Alfio Patanè, Angelo Susani, Massimo Pittarello (Priazio), Tiberio Murgia (pastore), Flavio Baccianini (Gibuldo, il nano), Diego Cappuccio, , Paolo Brazzali (Uniteo, il valoroso), Antonella Pezzi (centaura), Enrico Antonelli
Fotografia/Photography: Carlo Carlini
Musica/Music: Franz Di Cioccio, Franco Mussida
Costumi/Costume Design: Luca Sabatelli
Scene/Scene Design: Franco Vanorio
Montaggio/Editing: Antonio Siciliano
Suono/Sound: Vito Catania
Produzione/Production: Intercapital
Distribuzione/Distribution: Titanus
censura: 78431 del 22-12-1982

Attila è un film comico che resiste al tempo e che si è guadagnato lo status di cult nel corso degli anni, visto che quando uscì non riscosse grande accoglienza da parte del pubblico. Va da sé che la critica alta è rimasta coerente, ché lo distrugge oggi come lo massacrò in passato. Attila è un film demenziale, zeppo di anacronismi, di battute terra terra, di situazioni assurde, ma funziona proprio per la totale mancanza di logica e per la confezione insolita da prodotto ibrido. Attila non è peplum comico, non è commedia all’italiana, non è farsa nuda e cruda, non è cinema in costume, non è commedia sexy, ma è un po’ di tutto questo: commistione di generi. Protagonista assoluto: Diego Abatantuono, utilizzato al meglio delle sue possibilità, all’apice del successo, con il suo slang da terrunciello milanese al ciento per ciento in chiave barbara. La caratterizzazione di Attila versione comico - demenziale è fantastica, nella sua illogica antistoricità, tra dialoghi che sembrano usciti da un film di Totò e baruffe stile fumetto di Asterix. Castellano & Pipolo girano una commedia demenziale ricorrendo agli artifici dei cartoni animati: si pensi all’enorme martello che Attila si porta appresso per punire i nemici, ma anche al barbaro che respinge a testate grossi macigni di pietra.
Straordinarie le sequenze con la vespa sul naso schiacciata a martellate, i maiali molto setolosi (cinghiali!) cacciati a mani nude, le risate a comando, la lotta a zampa di ferro e a testate... Per non parlare dei siparietti musicali: “E noi seguiamo te che sei lo re!” e del rullo funebre con accompagnamento canoro ogni volta che muore un barbaro. Mauro Di Francesco è il polemico vice di Attila che mette in discussione la sua autorità e alla fine viene tolto di mezzo come una zavorra. Francesco Salvi è un giovane attore - cantante che comincia a guadagnare popolarità e si ritaglia un ruolo molto fumettistico. Rita Rusic è una bellissima esordiente - scelta perché Vittorio Cecchi Gori s’innamora di lei - nei panni di Uraia, la compagna di Attila, ma è stupenda l’idea di presentarla come mondina in una sorta d’imitazione - citazione della Silvana Mangano di Riso amaro. Attila avanza contro Roma senza cavalli, ma con i soldati a spingere il carro, dove svetta una bandiera rossonera (battuta trash calcistica: è lo stemma del Milan!), dopo aver sentito il parere della maga Columbia. Trovata geniale: prima della maga - una bellissima Iris Peynado - compare la sigla della Columbia Pictures. Proprio lei definisce il barbaro con il nome di Attila, flagello di Dio, ma il nostro eroe non comprende: “Attalo? Attalo, fratello de Dio?”. La battuta è storica e si tramanda di padre in figlio. Enzo Crocitti, barbaro diffidente, viene trasformato in asino mannaro, che diventa un quadrupede ogni notte di luna piena. Angelo Infanti è il comandante romano che s’innamora di Uraia e cerca di sposarla dopo averla rapita, ma viene sconfitto da Attila. Altra scena rimasta nell’immaginario giovanile è il dialogo urlato tra Ennio Antonelli (soldato romano) e Abatantuono che fa lo spelling del suo nome: “ A come atrocità, doppia T come terremoto e traggedia, I come ir’ di Dio, L come laco ti sancue e A come adesso vengo e ti sfascio le corna!”. Altra trovata trash il barbaro francese Renolto che si esprime come una macchina umana e quando muore (trafitto da una lancia!) si spegne il motore, ma anche Anna Kanakis come stupenda sirena tentatrice non è da meno. Castellano & Pipolo realizzano una commistione tra Odissea e storia romana, inserendo Franco Diogene come laido mercante genovese che salva i barbari dal naufragio e li porta in Maremma. L’attacco al castello di Saturnia è anacronismo totale, perché vestiti e scenografie sono da Medio Evo, ma va bene lo stesso, non siamo in un peplum serio. Altra parte straordinaria vede protagonisti Abatantuono e Di Francesco costretti a subire una lezione di scienze e di storia dal maestro Silone (Marra), che Attila ribattezza Cifone (alla Totò). Toni Ucci è Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore, in un breve cammeo, dove inganna Attila, incapace di imitare Brenno con il gesto della spada sulla bilancia. I barbari bevono il vino drogato dei romani e Abatantuono mormora: “Vedo Anzio, anzi Bisanzio”. Lieto fine per Attila e la Rusic, dopo una comica battaglia tra romani e barbari con uccisioni che fanno ridere da quanto sono fumettistiche. Fuga in pallone aerostatico, grazie al maestro Silone che prima di morire indica un’altra anacronistica via di fuga. “Silone era saputo e mo’ è moruto!”, cantano Abatantuono e De Francesco. La parola Fine scorre sul bacio aereo tra Rita Rusic e Diego Abatantuono.
Un film fuori da ogni regola, lunare, surreale, citato da tutti a distanza di anni, un film di culto che può essere definito una variante peplum - comica degli Abatantuono-movie.
Pipolo (Giuseppe Moccia) riferisce: “Un film difficile da girare, con scene pericolose, per me e Castellano, ma anche per mio figlio Federico (lo scrittore dei romanzi adolescenziali), aiuto regista. Ricordo la sequenza con una tigre, per niente socievole. Abatantuono era un vero divo, sempre in ritardo, faceva il comodo suo e il mio amico Mario andava in bestia perché lui era l’essenza della puntualità. Io meno, non ero tedesco, ma napoletano... mi adattavo ai suoi ritmi. In vita mia sono sempre stato trattato male dalla critica, perché ho sempre fatto film comici, ho lavorato con Totò, Celentano, Abatantuono... La critica italiana ha troppi pregiudizi verso chi lavora per far ridere. In questo film ci sono tanti volti nuovi: Francesco Salvi (un attore - cantante che si stava facendo strada con il pezzo trash C’è da spostare una macchina), Franz Di Cioccio (un bravo musicista), Angelo Infanti... Io e Castellano selezionammo una serie di fusti da far paura. Ricordo che il mio collega - amico espose un cartello con sopra scritto: Non stringo mani. Eravamo molto amici, io e Castellano, entrambi laziali, frequentavamo le stesse trattorie, anche se avevamo caratteri opposti. Adesso che è morto mi manca molto”. Senza Castellano, Pipolo ha diretto Panarea, il suo ultimo film. Adesso è morto anche lui e manca a tutti noi il suo cinema semplice, la sua comicità elementare, a metà strada tra cartone animato e fumetto. Forse sta organizzando in Paradiso una nuova commedia musicale insieme al suo amico Castellano. Protagonisti sicuri Totò e De Filippo.

Recensione a cura di:


Nessun commento:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...