giovedì 30 ottobre 2014

IL REGISTA DI MATRIMONI (2006)

Regia/Director: Marco Bellocchio
Soggetto/Subject: Marco Bellocchio
Sceneggiatura/Screenplay: Marco Bellocchio
Interpreti/Actors: Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Bruno Carriello, Maurizio Donadoni, Simona Nobili, Claudia Zanella, Silvia Ajelli, Corinne Castelli, Gianni Cavina
Fotografia/Photography: Pasquale Mari
Musica/Music: Riccardo Giagni
Costumi/Costume Design: Sergio Ballo
Scene/Scene Design: Marco Dentici
Suono/Sound: Gaetano Carito
Montaggio/Editing: Francesca Calvelli
Produzione/Production: Rai Cinema, Filmalbatros, Dania Film, Filmtel, Surf Film
Distribuzione/Distribution: 01 Distribution
Vendite all'estero/Sales abroad: Celluloid Dreams
censura: 99828 del 19-04-2006

Franco Elica (Sergio Castellitto), regista ateo e senza scrupoli, in profonda crisi con se stesso, decide di fuggire verso la Sicilia, dove incontra un invadente regista di matrimoni (Bruno Cariello) che gli chiede una mano per dirigere la scena finale di un filmino.
Sbalordito dal lavoro visionario di Elica, il principe di Gravina (Sami Frey) decide di commissionargli il filmino del matrimonio della figlia Bona (Donatella Finocchiaro) , che dovrà sposare per convenienza un ricco avvocato che puo’ salvare la situazione disastrosa del principe. Ma Elica e Bona si innamorano follemente,  e il padre di lei se ne accorge. I due innamorati progetteranno una fuga, che porterà lo spettatore a una sorpresa…

Partiamo dal presupposto che questo film è un sogno.  Le atmosfere che Bellocchio crea in “Il regista di matrimoni”, che vede per la seconda volta come protagonista, dopo “L’ora di religione” il bravissimo Sergio Castellitto, sono qualcosa di incredibile e immaginifico. Voglia di stupire? Autocompiacimento dovuto a una fotografia spettacolare? No, è solo un sogno.  E va preso come tale, con i suoi difetti, le sue imprecisioni, con i suoi cambi di ritmo - a volte velocissimo, a volte lento e monocorde - a volte al limite del sopportabile.
L’unica cosa di reale è il personaggio di Orazio Smamma, interpretato da Gianni Cavina, qui nel ruolo della vita, l’unico personaggio “vero” del dramma, non stereotipato, non romanzato, non sfuggente, ma semplicemente umano, e come tale, capace di distruggere.
Smamma è un regista mediocre, che per essere finalmente riconosciuto e vincere il David di Donatello deve fingersi morto. Elica lo incontra più volte (forse è solo una visione, forse no) e gli chiede consigli, come fosse un oracolo. Ma le risposte sono tra le più tristi e realisti possibili (e qui viene fuori il vero Bellocchio): “In Italia sono i morti che comandano.” C’è una voglia quindi di smontare tutto il fiabesco che si era creato in precedenza.
Un altro modo di richiamare la realtà è quello di presentare le azioni del personaggio come se fosse costantemente seguito da una telecamera a infrarossi, tentativo da parte di Bellocchio di voler contrastare la sua visione del cinema con l’oppressiva invadenza delle televisioni nelle vite degli uomini.
Singolare la scelta di Bellocchio di far coincidere la trama del film con quella de “I promessi sposi” di Manzoni: la principessa, dal destino simile a quello della monaca di Monza; il viaggio di Franco Elica, in realtà novello Don Rodrigo, ma la cui fuga verso la Sicilia e dalla Sicilia è simile a quella di Renzo Tramaglino.
Ma il cammino di Elica puo’ anche essere interpretato come quello dell’Innominato, ovvero come pura redenzione: il film inizia con un matrimonio, quello della figlia di Elica, in puro stile fanatico-cattolico, al quale Elica partecipa ma senza una alcuna convinzione, cercando prima di penetrarle l’anima, riprendendo la figlia con la telecamera, e poi di bloccarla fisicamente davanti a tutti. Un vero non credente, al quale spetta la trasposizione di un romanzo magnifico, ma i cui valori hanno inflazionato un certo modo di affrontarlo, e ridotto oggi, anche in certi programmi ministeriali, a puro compiacimento cattolico.
Elica finisce in un luogo, la Sicilia, che anche solo paesaggisticamente, sprizza religione da tutti i pori, e il suo approdo alla principessa, altro non è che la totale redenzione del personaggio, la conversione dallo stato di cinismo di un regista misantropo  a quello innocente di un innamorato.
Curiosità: il film si conclude con il motivetto allegro “In cerca di te” , cantato da Mariangela Melato.


Recensione a cura di:
 




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