giovedì 18 settembre 2014

LE FOTO DI GIOIA (1987)

Regia/Director: Lamberto Bava
Soggetto/Subject: Luciano Martino
Sceneggiatura/Screenplay: Daniele Stroppa, Gianfranco Clerici
Interpreti/Actors: Serena Grandi (Gioia), Kathrine Michelsen (Kim), Sabrina Salerno (Sabrina), Daria Nicolodi (Evelyn), Capucine (Flora), Vanni Corbellini (Toni), David Brandon (Roberto), Luigi Montefiori [George Eastman] (Alex), Karl Zinny (Mark), Lino Salemme, Loredana Petricca, Marcia Sedoc, Patricia Boom, Giulio Massimini, Beatrice Kruger, Lionello Pio di Savoia, Gianni Franco
Fotografia/Photography: Gianlorenzo Battaglia
Musica/Music: Simon Boswell
Costumi/Costume Design: Nicoletta Ercole, Valentina Di Palma
Scene/Scene Design: Antonello Geleng
Montaggio/Editing: Mauro Bonanni
Suono/Sound: Raffaele De Luca
Produzione/Production: Dania Film, Devon Film, Filmes International, Medusa Distribuzione, National Cinematografica, Reteitalia
Distribuzione/Distribution: Medusa Distribuzione
censura: 82419 del 20-03-1987

Le foto di Gioia uscito sugli schermi italiani nella primavera del 1987 rappresenta forse l’ultimo esempio di Lamberto Bava nell’ambito del thriller, così come era stato rielaborato esteticamente negli anni ’80. I modelli stilistici di questo film sono indubbiamente Tenebre di Dario Argento (a mio avviso il capostipite che ha fissato i canoni e i motivi del thriller italiano anni’ 80), La casa con la scala nel buio dello stesso Bava, ma anche e soprattutto  Sotto il vestito niente  di Vanzina e Omicidio a luci rosse di Brian De Palma, per l’aspetto erotico e voyeuristico.
Da aggiungere anche Morirai a mezzanotte, sempre di Bava, molto affine, ma meglio concepito de Le foto di Gioia, quest’ultimo girato dal regista controvoglia, spinto forse dai produttori e da esigenze contrattuali.

Il soggetto e la sceneggiatura mettono in piedi alcuni topoi strabusati  e scopiazzati (l’assassino che uccide con la parrucca bionda di Vestito per uccidere, l’ambiente delle modelle già visto in Sei donne per l’assassino) e per chi ancora non conoscesse il film, la storia ruota attorno a Gioia (Serene Grandi), proprietaria di una rivista soft-core, Pussycat, desiderata da molte persone che le stanno intorno (compreso un ragazzo paraplegico, insistente e capriccioso, che le fa telefonate oscene e la spia a distanza con il binocolo dalla finestra, ennesimo luogo comune del genere); finché dopo una cena una modella viene trovata morta nella villa di Gioia e per lei comincia un girotondo di cadaveri e minacce: sembra che tra i suoi tanti ammiratori qualcuno sia proprio deciso a spaventarla oltre che desiderarla…cosa vuole di preciso non si sa, ma si diverte a mandarle dei fotomontaggi macabri con chiaro intento minatorio e a uccidere altre modelle.
Lo spettatore, come nel più classico thriller contemporaneo italiano, vive il mistero attraverso molte immagini lasciandosi trasportare tra tette, taglierini, presunti indiziati fino all’apparizione del colpevole, senza tuttavia alcun sforzo razionale o particolare partecipazione attiva.

Allo screenplay  non ha preso parte Bava, essendo il film scritto  da Gianfranco Clerici e Daniele Stroppa e questo ci fa dedurre che lo spirito con il quale è stato concepito e diretto sia stato puramente di cassetta, per dirla tutta uno di quei film di transizione, senza la pretesa di essere ricordato negli annali del cinema. Almeno in questo modo è stato presentato dallo stesso Bava e soprattutto dalla critica, decisamente non troppo tenera nel giudicarlo.
I motivi di questa accoglienza tiepida si addebitano non a torto, tra gli altri, alla scelta di Serena Grandi come interprete principale, che se da un lato, all’epoca, era sicuramente un’attrice all’apice della sua carriera e quindi con una funzione ben riuscita di acchiappapubblico, dall’altro non era proprio indicata per interpretare un thriller (la scelta di non doppiarla non è stata vincente). Un thriller che più che un thriller finisce per diventare un film erotico con venature sadico-morbose, ma niente di più, un incrocio ibrido tra generi, dove non si capisce bene quale sia quello dominante, dato che la paura e il raccapriccio  non sono i protagonisti assoluti. L’intreccio giallo in senso classico è quasi inesistente, pochi indizi e poche indagini; capovolgendo le nostre aspettative-thriller, se, per ipotesi, consideriamo Le foto di Gioia un soft-core con qualche spavento e qualche scena ben riuscita allora il film acquista una originalità sua particolare, perché, con rispetto, film così al giorno d’oggi, non se ne producono più, dato che nel bene o nel male l’estro registico di Lamberto Bava lo si nota eccome in  molte sequenze; film che raggruppa, tra l’altro, giovani attori emergenti del cinema thriller/horror italiano che per qualche anno sono stati utlizzati nel settore, stiamo parlando di David Brandon, Karl Zinny, Vanni Corbellini, Lino Salemme. La presenza di nomi come Capucine e Sabrina Salerno servono a catturare l’attenzione del pubblico (se già non fosse bastata Serena Grandi); in particolare la Salerno si distingue per una scena di omicidio che gli amanti di questi film, ricorderanno, quella dell’assalto delle api, descritta con dovizia di sadismo e un buon commento musicale di Simon Boswell.
Nel complesso è un film con un buon ritmo che riesce a conquistare e ad essere aderente pienamente alle logiche e ai piaceri di genere.

Recensione a cura di :
Guido Colletti

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