mercoledì 6 agosto 2014

PIANGE... IL TELEFONO (1975)

Regia/Director: Lucio De Caro
Soggetto/Subject: Lucio De Caro
Sceneggiatura/Screenplay: Lucio De Caro, Lina Agostini
Interpreti/Actors: Domenico Modugno (Andrea Balestrieri), Marie Yvonne Danaud (Colette Vincent), Francesca Guadagno (Chiara), Louis Jourdan (Alberto Landi), Claudio Lippi (secondo pilota), Gigi Ballista, Belinda Braun, Alain Corot, Franco Odoardi, Stelio Candelli, Riccardo Parisio Perrotti, Luis Jourdan (Alberto Landi)
Fotografia/Photography: Sergio Salvati
Musica/Music: Domenico Modugno
Costumi/Costume Design: Massimo Lentini
Scene/Scene Design: Massimo Lentini
Montaggio/Editing: Ornella Micheli
Suono/Sound: Mario Ottavi
Produzione/Production: Coralta Cinematografica, U.C.E. - Société Cinématographique Européenne, Paris
Distribuzione/Distribution: Dear International
censura: 66998 del 02-08-1975

Piange… il telefono è un film interessante perché presenta un’insolita contaminazione di generi, partendo dal sentimentale permeato di melodramma e spingendosi sui terreni impervi d’un lacrima movie soffuso di musicarello.
Giuseppe Lucio De Caro (Pescara, 1922), che Roberto Poppi - nel suo prezioso Dizionario - descrive come assistente di Mario Soldati, sceneggiatore e modesto regista “dal 1974 al 1976 di alcuni lavori presto dimenticati”. Debutta nel 1943 (a ventun anni) con Il ventesimo duca. Dirige la versione italiana di Manù il contrabbandiere (1947 - 48), fa il giornalista, sceneggia il primo poliziottesco: La polizia ringrazia (1971) di Stefano Vanzina, la sua cosa migliore. Collabora con Vanzina, scrive i soggetti di alcuni Piedone, lo troviamo con Lizzani in televisione, dirige Processo per direttissima (1974), Piange… il telefono (1975) e Come ti rapisco il pupo (1976).

Piange… il telefono è un film costruito sulla canzone, con varianti e inevitabili aggiunte, mentre alcuni versi restano non sceneggiati. Grande colonna sonora di Domenico Modugno, con la popolare canzone che scorre insieme ai titoli di testa e nel triste piano sequenza finale. Era dai tempi del musicarello che non accadeva, un intero film basato su una canzone, anche se non è un vero e proprio musicarello, perché di canzoni si sente solo Piange… il telefono.
De Caro racconta a tinte melodrammatiche la storia d’amore tra il pilota Andrea Balestrieri (Modugno) e la modella Colette (Danaud), destinata a non avere lieto fine perché l’uomo si ammala di cuore ma non rinuncia a volare e finisce per pilotare gli aerei di una banda di trafficanti d’armi. Viene catturato e resta prigioniero dei guerriglieri per sette lunghi anni, mentre nasce sua figlia Chiara (Guadagno), la moglie si sposa con il medico che la fa partorire e si convince d’essere stata tradita. Andrea ritorna a Roma dopo la prigionia, cerca di parlare con la moglie ma viene respinto, ha un colloquio con il compagno, telefona spesso e vede la figlia. Non le dice che è il padre, ma diventa suo amico e le raccomanda di stare sempre con la madre, anche quando lui non verrà più. Andrea ha sei mesi di vita, il cuore l’ha tradito e la morte l’attende dietro l’angolo.
Un film che risente di evidenti limiti di sceneggiatura, dialoghi troppo impostati e una recitazione teatrale, ma che ha dalla sua una magistrale fotografia di Salvati (stupendi paesaggi marini, vedute di Roma e Taormina) e una grande musica di Modugno. La prima parte scorre come una love story, puro cinema sentimentale con frasi tipo “lassù qualcuno ti ama” e dialoghi banali tra Modugno e l’amico pilota (niente meno che Claudio Lippi!). Buone alcune sequenze di volo e anche l’atterraggio di fortuna del velivolo con la successiva prigionia in un’Africa che nasconde la Sicilia orientale. Troppo lunghe le scene di sfilata, dove Marie Yvonne Danaud fa il suo vero mestiere, visto che come attrice lascia a desiderare. Un film antiabortista (“la scelta di non far nascere un figlio deve essere meditata”, dice il medico), che migliora nella seconda parte quando assume tomi da blando lacrima movie. Il ritorno del padre tocca l’apice del sentimentalismo con la telefonata straziante alla bambina che ricalca il testo della canzone. Francesca Guadagno è spontanea, tenera, credibile, così come Louis Jourdan non è male, anche se troppo impostato. Domenico Modugno è bravo sia quando canta che quando recita, ma non lo scopriamo certo noi. Stupendo un piano sequenza di Modugno sul mare con la musica della canzone in sottofondo. Bellissimo l’apologo del pagliaccio che vola in cielo dopo essere caduto dal trapezio, che vuol far capire alla bambina il senso della vita e della futura assenza. Regia senza infamia e senza lode, anche se un eccesivo uso dello zoom rende irritanti alcune sequenze. Lacrima movie atipico, in ogni caso, perché è il padre a morire, il regista lo lascia soltanto intuire, proprio come nella canzone. “Piango al telefono l’ultima volta ormai/ ed il perché domani tu lo saprai…”, canta Modugno in sottofondo mentre saluta la bambina e si allontana sul viale verso un futuro che non avrà lunga durata.
Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Come dice una comparsa, sembriamo proprio in un melodramma all’italiana (…). Ispirato a una canzone francese portata al successo in Italia da Modugno, un esempio di cinema popolare irrimediabilmente datato anche se costruito con una certa efficacia melodrammatica, a cui non giova il tentativo metacinematografico di esplicitare i meccanismi del genere. Attraverso la figura del medico che si prende cura della protagonista e che spiega - a lei come al pubblico - quello che di solito nei mélo rimane implicito (compreso una tirata a favore della vita e contro l’aborto)”. Pino Farinotti (una stella) è ingiusto e superficiale: “Trama pretesto per sfruttare una canzonetta di successo”. Sergio Germani: “Mélo fiammeggiante”, una definizione nuova ma poco comprensibile. Marco Giusti (Stracult): “Un lacrima-movie ben costruito da Lucio De Caro che nasce da una canzone francese portata al successo in Italia da Modugno. Cultissimo per tutti”.
Un film importante per gli storici del cinema popolare e per gli amanti della commistione dei generi che ritroveranno momenti d’un cinema del passato che non può tornare.

Recensione a cura di:



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