sabato 30 agosto 2014

HANNO CAMBIATO FACCIA (1971)

Regia/Director: Corrado Farina
Soggetto/Subject: C. Farina
Sceneggiatura/Screenplay: Giulio Berruti, C. Farina
Interpreti/Actors: Adolfo Celi (ing. Giovanni Nosferatu), Geraldine Hooper (Laura), Giuliano Disperati (Alberto Valle), Francesca Modigliani, Rosalba Bongiovanni, Pio Buscaglione, Salvatore Cantagalli
Fotografia/Photography: Aiace Parolin
Musica/Music: Amedeo Tommasi
Costumi/Costume Design: Bartolomeo Scavia [Mimmo Scavia]
Scene/Scene Design: Bartolomeo Scavia [Mimmo Scavia]
Montaggio/Editing: Giulio Berruti
Suono/Sound: Alessandro Di Carlo
Produzione/Production: Filmsettanta
Distribuzione/Distribution: Carigliano
censura: 57934 del 27-03-1971

Quando il cinema aveva delle idee non era raro imbattersi in opere prime come questa, in lavori cioè in cui miracolosamente forma e sostanza s’intrecciavano a doppio filo per dar vita a lavori la cui visione del film non terminava al cinema, ma continuava a rimbalzare per diverso tempo nella testa dello spettatore anche dopo l’uscita dalla sala.

Farina in verità alla sua opera prima vi arriva ben preparato, dopo anni di attività come critico e storico del cinema (notevole la sua attività con Rondolino), nel settore pubblicitario e di un paio d’esperienze come aiuto regista - per la Maraini e Gian Vittorio Baldi. Di buona famiglia, nato e cresciuto nella Torino bene – che da lì a poco sarà la Torino del boom economico (e della Fiat) – conosce a menadito l’ambiente industriale e le lusinghe che il capitalismo assicura ai propri adepti più o meno inconsapevoli.

‘Hanno cambiato faccia’ risente notevolmente dell’ambiente familiare, sociale e lavorativo in cui si è formato Farina, la cui passione per il cinema e per la letteratura fanno da sostrato per la sua intuizione – quello di trasporre il mito di Dracula ai giorni nostri. E, elemento decisamente interessante e superiore per certi versi ad altri famosi lavori di fantasia o dal carattere distopico, la società indesiderabile in cui il protagonista si trova a fare i conti e alla quale la sua sfrenata ambizione deve arrendersi non è puramente immaginaria, ma è proprio la società in cui viviamo, la società dei consumi corrotta e spietata (e spietata perché corrotta), il cui capitale umano è vampirizzato, inglobato e metabolizzato nel quotidiano esercizio di un potere subdolo, illusorio e onnivoro - in tutte le sue forme d’espressione che siano economiche, morali, culturali e spirituali – e in cui anche la protesta, la rivolta, la ribellione, al pari del conformismo, non sono altro che elementi  di quel mosaico, controllato e controllabile dal potere, un potere che – marcusianamente - predetermina, strumentalizza e finalizza al profitto ogni aspetto della società, anche – e forse soprattutto - nelle sue pulsioni individuali.

Tracciato il solco, la mano di Farina si muove con stile e misura. E’ raffinata, pur non cercando l’autorialità a tutti costi – anzi autori quali Fellini, Godard, Bergman – amati e studiati da Farina - nel film sono simbolicamente ruminati, digeriti e sputati sotto forma di spot o di citazione. Le interpretazioni degli attori sono valide e lasciano il segno: la loro è una vitalità compassata ma che risalta nella landa nebbiosa - – quella Val di Susa ben conosciuta dall’autore - abitata da esseri viventi simili a fantasmi e nella quale cani da guardia in forma umana a bordo di Cinquecento proteggono la villa dell’industriale Giovanni Nosferatu (Adolfo Celi). Nosferatu e la sua fidata segretaria Corinna (Geraldine Hooper) giocheranno al gatto con il topo con Alberto Valle (Giuliano Disperati), l’impiegato di belle speranze che insegue il suo sogno di successo e con la giovane anticonformista Laura (Francesca Modigliani), quest’ultima vera chiave di volta del film - e simbolo – già allora – di una sconfitta ideologica e generazionale.

Il mito del vampiro reinterpretato da Farina non lascia scampo: ogni cosa ha un prezzo, la libertà è solo illusione, la ribellione è contemplata e può essere facilmente repressa quando si ha il controllo dei media, dell’ordine pubblico, della cultura; la propria personalità e la ricerca del bello possono essere tranquillamente sacrificate in nome del comfort e della sicurezza, di una vita tranquilla, in una parola, omologandosi a quel sistema – che di fatto è il nostro stesso carnefice – e che è senza tempo perché in grado di trasformarsi continuamente:‘Noi non facciamo nessuna differenza fra presente e passato’. E’ il nostro tempo – che di fatto è la nostra essenza di corruttibilità – destinato a essere sopraffatto. Una critica lucida e feroce che almeno personalmente - Pasolini a parte - ricordo di aver trovato rappresentata in maniera coerente, anche se meno sofisticata - solo ne ‘Il pollo ruspante’ di Ugo Gregoretti.

Un paio di note a margine: a) Geraldine Hooper, l’attrice dai tratti androgini che interpreta Corinna e conosciuta ai più per aver interpretato Massimo Ricci, il travestito, amico di Carlo, in ‘Profondo Rosso’ fu conosciuta da Farina sul set di ‘Sortilegio’, un film di Nardo [Leonardo] Bonomi rimasto inedito. Cosa curiosa anche Bonomi ha la fama di regista misteriosissimo [I registi – Roberto Poppi].

b) nel film Corrado Farina si ritaglia un piccolo ruolo - quello dell’esperto che in un carosello – Farina ne aveva diretti quasi cinquecento tra il 1963 e il 1968 – pone la sua fiducia in un nuovo prodotto commercializzato dalla Nosferatu: l’LSD.


Recensione a cura di:


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