martedì 24 giugno 2014

HAPPY FAMILY (2010)

Regia/Director: Gabriele Salvatores
Soggetto/Subject: da omonima commedia teatrale
Sceneggiatura/Screenplay: Gabriele Salvatores, Alessandro Genovesi
Interpreti/Actors: Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Carla Signoris, Valeria Bilello, Alice Croci, Gianmaria Biancuzzi, Corinna Agustoni, Sandra Milo
Fotografia/Photography: Italo Petriccione
Costumi/Costume Design: Patrizia Chericoni
Scene/Scene Design: Rita Rabassini
Montaggio/Editing: Massimo Fiocchi
Suono/Sound: Mauro Lazzaro, Luca Novelli
Produzione/Production: Colorado Film Production - C.F.P., Rai Cinema
Distribuzione/Distribution: 01 Distribution
Vendite all'estero/Sales abroad: Rai Trade
censura: 103249 del 25-02-2010

Tra omaggi a Wes Anderson e Pirandello, tra autocitazione e adattamento cinematografico, “Happy Family” di Gabriele Salvatores non funziona pienamente, ma ha il pregio di riuscire a rappresentare una Milano, sì approssimativa ma più “contenutistica” rispetto a quella vista in altri film che pretendono di raccontarla.
Si vedono i Navigli, si vede Paolo Sarpi, la zona Isola e Garibaldi, e per una volta non si vede il Duomo, ormai stanco di essere esposto quale monumento fotografico sufficiente per descrivere il capoluogo lombardo. In questa Milano si vede il sole, finalmente. E’ già un passo avanti, ma purtroppo il film è debole, retto bene dalle interpretazioni dei protagonisti, bravissimi ma pur sempre sprecati.

Fabio De Luigi è uno sceneggiatore chiuso a scrivere nel suo loft una storia d’amore/non amore tra due ragazzini sedicenni che vogliono sposarsi (un “Moonrise Kingdom” ante-litteram ? ); Diego Abatantuono e Fabrizio Bentivoglio sono i genitori dei due ragazzini, e quindi consuoceri (entrambi i ruoli sono puro stile Salvatores);  le bellissime Carla Signoris e Margherita Buy vestono i panni delle due madri,  e Valeria Bilello è Anna, la figliastra di Bentivoglio (molto Gwyneth Paltrow ne “I Tenembaum”) , di cui De Luigi autore si innamora, tanto da diventare anch’egli personaggio,  e motivo per cui la sceneggiatura che sta scrivendo non riesce a concludersi.
Ma un po’ per le lamentele dei personaggi, che iniziano a occupare la mente dello sceneggiatore e non si accontentano di essere lasciati a loro stessi ( e qui c’è da dire che ai sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello accadeva il contrario, ovvero si lamentavano di essere “rappresentati”) , un po’ perché “il film va finito”, ecco che il finale coincide con l’inizio della storia d’amore tra lo sceneggiatore e Anna, e ciò gli darà poi l’impulso per trovare il coraggio di affrontare la vera Anna nella realtà, la sua vicina di casa.
Si ride e si riflette sulla vita, come sempre nei film di Salvatores (qui alla sua quattordicesima regia cinematografica, e reduce dal successo di “Come Dio comanda”, dell’anno prima), ma senza originalità (oltre a Pirandello, il tema è stato ripreso da molti registi del Novecento, uno su tutti Woody Allen ne “La rosa purpurea del Cario”) e con un po’ tanti slogan da spot pubblicitari e luoghi comuni, che fanno perdere senso all’intera messa in scena.
Il finale è tirato, e campato in aria, e inoltre manca la vera curiosità e il vero amore nei confronti dei personaggi, cosa assolutamente fondamentale quando si ha a che fare con un film corale.
Rientra in quel gruppo di film di Salvatores che purtroppo risultano mal riusciti (vedi anche “Nirvana” e “Denti”), idee carine in apparenza , ma che si perdono nel corso della loro realizzazione.
Il film è dedicato “a chi ha paura”, ma senza un motivo apparente, non ha lo stesso fascino che la “trilogia della fuga” di vent’anni prima (composto da “Marrakech Express”, “Mediterraneo” e “Turnè”) riusciva a descrivere pienamente.
La fotografia di Italo Petriccione che, come accennato, restituisce piena dignità a una città raffigurata da sempre come grigia e razzista, assieme alle riprese di Salvatores e le interpretazioni degli attori, è l’unico elemento di forza di questo film.  Ma non salva un prodotto dalla trama scontata e banale.
Curiosità: Diego Abatantuono e Fabrizio Bentivoglio, in una battuta del film ritengono di essersi già visti in Marocco. E’ un chiaro omaggio a “Marrakech Express”, uno dei film più belli di Salvatores, nel quale i due partono alla volta di Marrakech per salvare l’amico Rudy.  Ma quello (e l’anno successivo lo avrebbe dimostrato vincendo il premio Oscar per il Miglior Film straniero con “Mediterraneo”) era un altro Salvatores.

Recensione a cura di:



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