giovedì 19 giugno 2014

AMORE E MORTE NEL GIARDINO DEGLI DEI (1972)

Regia/Director: Sauro Scavolini
Soggetto/Subject: Anna Maria Gelli
Sceneggiatura: Sauro Scavolini
Interpreti: Erika Blanc (Azzurra), Peter Lee Lawrence (Manfredi), Orchidea De Santis (Viola), Rosario Borelli [Richard Melvill] (Timothy), Ezio Marano, Franz Von Teuberg, Vittorio Duse, Bruno Boschetti, Carla Mancini
Fotografia: Romano Scavolini
Musica: Giancarlo Chiaramello
Scene: Herta Schwartz Scavolini
Montaggio/Editing: Francesco Bertuccioli
Suono/Sound: Emilio Puglielli
Produzione/Production: Lido Cinematografica, Hermann Films Produzioni Cinematografiche
Distribuzione/Distribution: Indipendenti Regionali
censura: 60925 del 16-09-1972 

Film italiano del 1972, drammatico che si tinge di giallo fino a concludersi in tragedia. La struttura è un concatenarsi di vicende che si svolgono in una sorta di viaggio spazio-temporale diventando un enigma da risolvere, discontinuo e frammentario. La visione richiede pazienza; se si riesce ad essere arrendevoli, il finale non delude, sorprende e ripaga della buona fede riposta.
“Amore e morte nel giardino degli dei” racconta, attraverso l’ascolto di alcune registrazioni su nastro, ritrovati da un professore di ornitologia (Franz Von Treuberg) che giunge nella villa, teatro degli eventi, per i suoi studi, il rapporto dai toni morbosi ed incestuosi tra Azzurra (Erika Blanc) e suo fratello Manfredi ( Peter Lee Lawrence). La storia si arricchisce dell’unione di Azzurra con Timothy (Rosario Borelli) e della relazione tra Manfredi e Viola (Orchidea De Santis). C’è molto da salvare dell’unica pellicola per il cinema del regista Sauro Scavolini. A partire dal titolo, egli realizza un film “stiloso” sviluppando la sceneggiatura su tematiche psico-filosofiche, strizzando l’occhio alla mitologia e, perché no, a Shakespeare. Molto interessante, difatti, il monologo finale del Manfredi, introspettivo ed esplicativo di quanto stia accadendo; nonché le interpretazioni degli attori, tutte “sopra le righe”, risultando delle vere e proprie caratterizzazioni. Le sequenze che ci conducono tra numerosi vicoli o stretti passaggi, anche sotterranei, accompagnando l’attrice Erika Blanc o anticipandola nel suo correre, diventano metafora del male di vivere dal quale è impossibile salvarsi; una fuga senza via di scampo. Da ricordare e sottolineare la rappresentazione, che il regista realizza, del sogno di Azzurra alternando scene oniriche (360° gradi di macchina da presa) a riprese splatter (il cane che divora pezzi enormi di carne cruda).
Frasi da ricordare: "L'amore corrompe la vita e ci inchioda alla morte”.

Recensione a cura di:


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