mercoledì 28 maggio 2014

UNA DONNA PER SETTE BASTARDI (1974) di Roberto Bianchi Montero - recensione del film


UNA DONNA PER SETTE BASTARDI
Brevissima nota introduttrice. Ciò che leggerete è l'assemblaggio di miei appunti che però risalgono a qualche tempo fa. Non è escluso che altri, più di recente, abbiano già parlato del film ancor più compiutamente.
Strano destino quello di “Una donna per sette bastardi”. Per decenni è stato ritenuto un oggetto misterioso del nostro cinema e ancora oggi i compilatori di alcuni dizionari che vanno per la maggiore non lo prendono neppure in considerazione (il Mereghetti, per esempio, ma non solo). Anche Marco Giusti, nel suo ottimo Dizionario dei film western che risale al 2007, gli dedica poche righe, ammettendo di non conoscerlo (“ Delirante spaghetti western di cui si ignora quasi l'esistenza […] violentissimo. Ma chi l'ha visto?”. Desolanti risultano anche le ricerche su internet. Pare proprio che nessuno lo conosca (o almeno pochi). Vediamo di far luce.
Ciò che sorprende non è tanto constatare che in tempi non proprio recentissimi il film sia stato pubblicato in vhs o dvd quasi ovunque, dalla Grecia alla Finlandia, dalla Spagna (“ Una mujer para siete bastardos”) alla Germania (“Der rattenest”) e nel mercato di lingua anglofona (“A Woman and 7 Bastard” e “Sever Rats”), quanto la semplice e banale constatazione che l'opera di Bianchi Montero circolò regolarmente nelle sale italiane a partire dal 5 giugno 1974. Gli esiti al botteghino non furono di certo eclatanti (circa 60 milioni di lire nelle prime visioni e un centinaio a sfruttamento completo), ma questo è solo un dettaglio. Quindi è abbastanza fuori luogo affermare che se ne ignora quasi l'esistenza essendo un film che ha, come mille altri, “vissuto” la sua sia pur breve stagione, nei cinematografi di casa nostra. Chi vi scrive lo vide a Bologna in una sala di seconda visione (Marconi), ma ricordando poco o nulla lo ha rivisto (edizione tedesca) un paio d'anni fa.
Intanto diciamo subito che, pur rispettandone ambientazione, linguaggio e situazioni, “Una donna per sette bastardi” non è uno spaghetti western (e neppure un western senza spaghetti), non è delirante e neppure violentissimo, se lo confrontiamo con altri prodotti coevi. Il film fu girato nel 1973. Vi compare, infatti, per l'ultima volta il grande Andrea Checchi che morì il 31 marzo del 1974. Dicevamo che non si tratta di uno spaghetti western, anche se la storia e lo stile sono tipici del genere (“Per un pugno di dollari” è fin troppo evidente esser stato l'ispiratore del soggetto scritto dall'attore protagonista Richard Harrison). Dunque, ambientazione “moderna” con tanto di Maggiolino Volkswagen, sigarette Marlboro (sempre bene in vista), lattine di birra e l'immancabile whisky J & B.
In breve la storia che, vale la pena ribadirlo, si svolge ai giorni nostri (o, per meglio dire, ai giorni in cui fu realizzato).
Uno sconosciuto – non sapremo mai il suo nome – claudicante (cammina aiutandosi con una stampella) resta in panne a causa di un guasto alla sua automobile in una non ben definita zona desertica. Dopo essere scampato al tentativo d'investimento da parte di un camionista, trova rifugio nella bettola di un minuscolo villaggio, abitato da individui poco raccomandabili. Fra loro anche un'avvenente fanciulla semi alcolizzata che rifiuta sistematicamente le avances dei ceffi che vorrebbero conquistarla. Lo sconosciuto, impossibilitato a ripartire, finisce per intromettersi nei loschi affari degli abitanti (c'è di mezzo una cassa piena d'oro) col risultato di metterli uno contro l'altro. Intanto, però, trova il tempo per innamorarsi, ricambiato, della ragazza. Dopo drammatiche vicende, gli uomini si ammazzano a vicenda e il nostro farà fuori il più violento di loro. Riuscirà finalmente ad andarsene (impossessandosi del camion visto all'inizio) portandosi dietro la donna ferita e apparentemente in fin di vita.
Film claustrofobico, fotografato splendidamente da Mario Mancini e diretto al meglio dal veterano Bianchi Montero, in grande forma, nonostante sia alle prese con  un soggetto non certo originale. Forse il suo film migliore. Si respira aria putrida fatta di violenza e prevaricazione, che mette a nudo anime ferite e la peggior natura dell'uomo. Eccellenti tutti gli interpreti, nessuno escluso, con menzione speciale per Andrea Checchi, molto incisivo anche se in un ruolo secondario.

regia: Roberto Bianchi Montero; soggetto: da un'idea di Richard Harrison; sceneggiatura: Leila Bongiorno; direttore della fotografia: Mario Mancini; musiche: Franco Micalizzi; montaggio: Carlo Reali, assistito da Anna D'Angelo; scenografie e arredamenti: Elena De Lupis [ così nei crediti, in realtà Elena De Cupis ]; costumista: Osanna Guardini; aiuto regista: Mario Bianchi; segretaria di edizione: Maria Luce Faccenna; ispettore di produzione: Antonio Pittalis; operatore m.d.p.: Mario Sensi, assistito da Paolo D'Ottavi; fonico: Pietro Spadoni; microfonista: Vincenzo Onali; truccatore: Emilio Trani; parrucchiera: Vitaliana Fatalla [così nei crediti, in realtà Vitaliana Patacca]; sarta: Augusta Morelli; fotografo di scena: Stefano Tamborra; produzione: Flaminia Cinematografica (Catania), Nais Film; produttore esecutivo: Salvatore Gerbino; interpreti: Richard Harrison (lo straniero senza nome), Dagmar Lassander (Rita), Ivano Staccioli (Smith), Gordon Mitchell (Gordon), Antonio Casale (Carl), Luciano Bartoli (Dick), Luciano Rossi (il muto), Andrea Checchi (uomo anziano), Alessandro Perrella; Distribuzione: Regionale. Durata: 89'. In Eastmancolor, colore Technospes; Sincronizzazione: Fono Roma. Visto di censura n. 64193 del 26.3.1974. Prima; proiezione pubblica: 5.6.1974.

Recensione a cura di:


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