sabato 17 maggio 2014

LA SCULACCIATA (1974)


Regia/Director: Pasquale Festa Campanile
Soggetto/Subject: opera
Sceneggiatura/Screenplay: Pasquale Festa Campanile, Luigi Malerba, Silvano Ambrogi
Interpreti/Actors: Sydne Rome (Elena), Antonio Salines (Carlo, suo marito), Marisa Bartoli (Veronica, domestica veneta), Toni Ucci (frate), Gino Pernice (venditore d'enciclopedie), Paolo Gozlino (medico), Roberto Antonelli (farmacista), Vincenzo Crocitti (burino), Lorenzo Piani, Alessandro Perrella
Fotografia/Photography: Salvatore Caruso
Musica/Music: Gianni Ferrio
Costumi/Costume Design: Giancarlo Pucci
Scene/Scene Design: Giancarlo Pucci
Montaggio/Editing: Mario Morra
Suono/Sound: Carlo Palmieri
Produzione/Production: Filmes (1972)
Distribuzione/Distribution: Titanus
censura: 63963 del 01-02-1974

La sculacciata (1974) è una vera e propria commedia erotica che sfrutta la bellezza ingenua e maliziosa di una giovanissima Sydne Rome (Akron, USA, 1951). Il testo originale è la commedia teatrale Neurotandem di Silvano Ambrogi, sceneggiata per il cinema con la collaborazione del regista e di Luigi Malerba.

Carlo (Salines) ed Elena Amatriciani (Rome) sono una coppia in crisi da quando il marito ha perso la virilità, ma si vogliono ancora bene. La moglie - più disinibita - escogita espedienti erotici ai limiti della depravazione per ritrovare la complicità con il marito, che invece diventa sempre più impacciato e inadeguato. I tentativi non portano alcun beneficio, il marito decide per la separazione e la moglie tenta il suicidio gettandosi in piscina dopo essersi legato un blocco di cemento al piede. Nel tentativo di salvataggio, il marito ritrova la virilità mentre pratica alla moglie la respirazione artificiale, finisce per fare l’amore con la moglie davanti a tutti, persino nell’ambulanza che li conduce in ospedale. Il matrimonio è salvo nel modo più impensato.
Carlo (Salines) è un impiegato di banca impotente ma il medico (Gozlino) afferma che è soltanto di un blocco. Il sale del film sono proprio i rimedi escogitati dalla moglie per risolvere i problemi di erezione. Il clima che il regista realizza è da commedia erotica grottesca e le battute sono di grana grossa. “Una volta ho fatto fiasco con una cinese. Sarà stata colpa di Mao. E poi con le puttane. Ma con la moglie mai”, dice il marito che si ritrova a dover gestire erezioni nei momenti più strani, allo stadio, mentre Chinaglia segna un goal, mentre cambia una lampadina, quando conta i soldi in banca… “Poi quando servirebbe, niente!”, afferma sconsolato. Molto surreale il conteggio dei colpi sparati con il marito che crede di averne a disposizione 12.000, così come è grottesca la cena afrodisiaca non a base di ostriche e tartufi (troppo costosi), ma di cipolle, con il risultato che i due si allontanano per evitare un alito pestilenziale. La moglie si aggira per casa in sottoveste sexy e soprabito giallo per eccitare il marito, mentre in sottofondo Jane Birkin e Serge Gainsbourg cantano Je t’aime moi non plus. Una rivista femminile consiglia la campagna come luogo ideale per recuperare l’intesa. Marito e moglie decidono per una villeggiatura a Tivoli nella villa della zia, dove danno vita al tormentone del vaso etrusco in frantumi che viene ricomposto sempre più piccolo. “Qui ci venivano in vacanza papi e cardinali, ma loro non avevano i nostri problemi”, dice il marito. Si parte con il kamasutra, messo in pratica nelle posizioni più assurde, poi la moglie decide di provare ogni tipo di depravazione sessuale: sadismo, masochismo, voyeurismo, amore a tre, offese reciproche. Niente da fare. Il tema trattato è trasgressivo per i tempi, anche se il tono ironico e dissacrante salva le situazioni, come quando i coniugi comprano un vibratore e finiscono per farci la maionese. Una scena piccante (ma comica) vede Sydne Rome guidata come una cagnolina da Antonio Salines che le mette il guinzaglio e la fa scodinzolare. La sequenza della sculacciata alla moglie in alcune versioni della pellicola risulta tagliata, ma è abbastanza audace. Anticipa i tempi anche la parte in cui la Rome seduce un imbranato venditore di enciclopedie (Pernice) fino a farlo scappare di casa. Il feticismo è trattato con garbo, la Rome mette in scena “il fascino morboso del difetto fisico” fingendosi zoppa, ma anche l’esibizionismo con Salines che si prende uno sputo in faccia da una vicina. A un certo punto la moglie si finge prostituta e il marito deve rilanciare sul prezzo con un cliente (Crocitti) per aggiudicarsi le prestazioni erotiche e per non finire cornuto. Dopo tante perversioni i due provano anche con un bacio, ma niente da fare! Le zone erogene vedono il corpo di Sydne Rome ridotto a una lavagna sezionata per parti più o meno eccitanti, ma quando lui comincia a leccare si sporca di vernice rossa. “C’è una sola depravazione. Quella di non fare l’amore!”, afferma Sydne Rome sempre più trasgressiva e provocante, soprattutto molto nuda, persino integralmente sotto una fatidica doccia. Il film è un continuo gioco di specchi alla Tinto Brass, ma in versione ironica, la suadente musica di Gianni Ferrio fa da sottofondo romantico, alcuni pezzi di tango accennano alla pulsione erotica latente. Il marito si convince d’essere un guardone, prova a spiare la serva veneta (Bartoli) mentre si spoglia e subito dopo la massaggia con i fanghi termali. Non funziona. Finisce per pronunciare parole d’amore a una pecora nella sequenza più trash del film, adulandola come “una compagna più docile di una moglie tiranna”. Il pastore protesta con l’uomo colpevole di aver sedotto e abbandonato l’animale. Una mosca cieca nudi con la canzone Fai piano, fai presto cantata da Mina in sottofondo è l’ultimo tentativo erotico prima di regredire all’infanzia sopra un’altalena. La scena finale con il suicidio mancato della moglie e il marito che ritrova la virilità è la più improbabile e grottesca dell’intera pellicola. “Se lo sapevo mi sarei suicidata prima”, dice la moglie con una battuta che chiude la pellicola secondo il tono grottesco che la caratterizza.
La sculacciata è un film molto teatrale, tradisce la sua derivazione da una commedia, ma le intenzioni di critica sociale sono alte e ben riuscite. L’Italia è diventato il paese dove tutti parlano di sesso e il povero marito vive la sua impotenza - soltanto psicologica - sull’orlo della nevrosi prodotta dalla mercificazione dei rapporti. Sydne Rome è molto nuda e questa generosità di esibizioni fa rientrare il film nei canoni della commedia erotica. Le battute sono a doppio senso, i riferimenti sessuali sono dovuti, pure eccessivi per il periodo storico, ma il tono grottesco - surreale smorza le allusioni esplicite. Sydne Rome e Antonio Salines non sono doppiati benissimo, soprattutto il secondo sfoggia una voce da sciroccato, in sintonia con il personaggio, ma eccessivamente sciocca. Commedia ironica, teatrale, girata quasi tutta in interni, con alcune sequenze che ritraggono Tivoli, Villa D’Este, la cascata e il paese sullo sfondo di una collina. Un film trasgressivo, sceneggiato per mettere alla berlina un tema pericoloso, tra tormentoni, battute e situazioni da pochade, ricorrendo a una comicità quasi fumettistica, da cartone animato. Le riprese sono mosse, nervose, molte inquadrature fanno largo uso dello zoom, una vera moda anni Settanta. La comicità slapstick vede la più completa sublimazione in un finale da bagarre con tutti gli attori sulla scena che si gettano in piscina e si producono in assurdi tentativi di salvataggio.
Un breve sguardo alla carriera artistica di Sydne Rome (1951). Gira il primo film a diciassette anni, lavora in televisione con Maurizio Nichetti (A tutto gag, Quo vadiz, 1980), sposa Emilio Lari (1973), quindi Roberto Bernabei (1987), il figlio del dirigente Rai, Ettore. Si ricorda - giovanissima - per un’interpretazione di alto livello in Che? (1972) di Roman Polansky, in un ruolo da lolita che seduce Mastroianni. Immancabile un nudo su Playboy, molta commedia - d’autore e sexy - e tanta televisione (Ciao Italia, 1994). Sempre attiva, nonostante il passare degli anni e alcune operazioni estetiche che non hanno giovato alla sua bellezza, nella fiction televisiva (Papa Giovanni, Don Matteo, San Pietro…). Torna al cinema con Pupi Avati ne Il nascondiglio (2007) e Il figlio più piccolo (2010).
Rassegna critica. Paolo Mereghetti (due stelle): “La satira sociale non è disprezzabile e segue il discorso cominciato con La matriarca. Festa Campanile passa in rassegna nevrosi quotidiane nell’era della mercificazione e del sesso obbligatorio in un paese fintamente liberato dove anche Famiglia Cristiana disquisisce di erotismo. Gli scherzi sono sorprendentemente lievi: un vibratore serve solo a fare la maionese. Generosi i nudi della Rome”. Morando Morandini riduce la valutazione a un stella e mezzo, mentre Pino Farinotti la riporta a due. In ogni caso non è un film da poter ottenere una considerazione superiore, soprattutto per certe situazioni trash e per diverse battute dedicate a palati non sopraffini. Se un film simile l’avesse firmato Nando Cicero - che ne ha fatti di più geniali - non l’avrebbe considerato nessuno. Pasquale Festa Campanile continua la sua esplorazione del pianeta donna e scava nei meandri del sesso, tra sogni erotici e depravazioni, cercando di mettere il dito sulla piaga. La parità dei diritti uomo - donna è vicina, la liberalizzazione dei costumi è cosa fatta. Pure per merito di cinema e letteratura.

Recensione a cura di:


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