venerdì 16 maggio 2014

KEOMA (1976)



Regia/Director: Enzo Girolami [Enzo G. Castellari]
Soggetto/Subject: Luigi Montefiori
Sceneggiatura/Screenplay: Mino Roli, Nico Ducci, Luigi Montefiori, E. G. Castellari
Interpreti/Actors: Franco Nero (Keoma), Olga Karlatos (Lisa), Woody Strode (George), William Berger (William John Shannon), Orso Maria Guerrini (Butch Shannon), Gabriella Giacobbe (donna del carretto), Antonio Marsina (Lenny Shannon), John Loffredo (Sam Shannon), Donald O'Brian (Caldwell), Leonardo Scavino [Leon Lenoir], Wolfango Soldati, Victoria Zinny (ragazza del saloon), Alfio Caltabiano
Fotografia/Photography: Aiace Parolin
Musica/Music: Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Costumi/Costume Design: Carlo Simi
Scene/Scene Design: Carlo Simi
Montaggio/Editing: Gianfranco Amicucci, Gianfranco Amicucci
Suono/Sound: Bernardino Fronzetti
Produzione/Production: Uranos Cinematografica
Distribuzione/Distribution: F.A.R. International Film
censura: 69440 del 25-11-1976

C’è solo un cigolare di battenti e d’insegne pericolanti che dondolano, nella città fantasma, allo sbuffare d’un vento insistente che solleva da terra sabbia e polvere, come fossero un vapore purgatoriale. Un uomo  (Franco Nero) si aggira nel nulla, su di un cavallo, spiato da un paio d’occhi algidi come la morte. Perché è tornato, Keoma? “Il mondo continua a girare, quindi finisci sempre nello stesso posto”. Dopo la guerra di secessione, il mezzosangue ha fatto ritorno nel paese natale, devastato dal flagello di una malattia e dalla rapacità del despota di turno: Mr. Coldwell (Donald O’ Brien) signoreggia con l’aiuto dei tre fratellastri di Keoma, senza incontrare vere resistenze, mentre la gente muore per mancanza di cure nel lazzaretto del suburbio. Il meticcio, però, trova anche una vita da difendere: fa scappare una giovane malata, incinta (Olga Karlatos). Il padre ed un vecchio amico nero (Woody Strode) proveranno ad aiutarlo a rimettere in sesto il villaggio e ad interrompere la catena di morte: con altre morti.

Keoma di Enzo Castellari ha il sapore dello spaghetti western crepuscolare, da rilanciare con vitalità maniera su piste solcate fino alla noia: nel 1976 si era reduci da un decennio florido di mezzo migliaio di titoli di genere; Franco Nero aveva la pelle bruciata dal sole e dalla mitografia asfissiante del Django di Corbucci (al punto che in alcuni Paesi il film di Castellari sarà distribuito come Django’s Great Return); le prime sequenze di Keoma sembrano la ricognizione di qualche post-apocalissi del West. Lo stesso sviluppo della vicenda si nutre del fascino decadente del legno marcio dei saloon, alternando ariosi campi lunghi ed aperture sul paesaggio a ricognizioni nello sfacelo. C’è un clima da riscatto dei reietti, in Keoma: il protagonista mezzosangue, con l’infanzia di vessazioni dai fratellastri ed in faccia l’orrore reticente della guerra di secessione; c’è l’appestata da salvare, tenuta a distanza per le stigmate del contagio; c’è persino il nero ubriacone (Strode, in un’interpretazione di carisma fisico), che fa gracchiare un banjo a cui sopravvivono appena tre corde. Franco Nero, capelli lunghi ed occhi chiari, è un pistolero messianico, a cui toccherà in sorte persino una tortura ad una ruota in posizione da crocefisso: ha visto Caino armarsi contro Abele, in famiglia ed in guerra, ma per portare la pace dovrà uccidere ancora. La sua novella non è di speranza, ma di disperata sopravvivenza.
Pure, l’aura da misticismo della colt non fa di Keoma un tardivo miraggio nella parabola discendente del western all’italiana. Sono ancora presenti, infatti, sublimati da regia maestra, stilemi e caratteri del genere: impressionanti gli scontri di Keoma contro la banda al completo, in una girandola di nocche, coltelli, fucili e polvere da sparo, così come il nascondino Nero\Karlatos nella città notturna, per fuggire dal minaccioso repulisti dei nemici, è purissimo cinema d’azione. La sospensione tra realismo e controllo dei mezzi da parte di Castellari crea un equilibrio mirabile: da un lato, i ralenti stranianti, memoria di Peckinpah, con la propria enfasi brutalmente lirica sui corpi che s’inarcano nell’ultimo spasmo di dolore, o ancora i primi piani ed i flashback alla Leone; dall’altro, in tanto artificio, un afflato realistico, una visività feroce, uno sguardo implacabile, per cui non si lesina la violenza (verbale e fisica) e certi ricordi sembrano rivissuti in tempo reale, scottando sulla pelle del protagonista.
Uno stile muscolare, quello di Keoma, di turgore esasperato: anche nella colonna sonora (Guido e Maurizio De Angelis compongono il brano omonimo, che il primo interpreta insieme a Sybil Mostert), persino nel montaggio (Gianfranco Amicucci) che a tratti accelera convulsamente creando un effetto di contrasto con le brevi sequenze al ralenti. La sceneggiatura ad otto mani (Montefiori, Castellari, Mino Roli e Nico Ducci) rianima dunque lo charme soprannaturale di Nero, entro un’architettura filmica studiatissima, eppure passionale, carnale nel proprio naturalismo: di freddo resta solo un vento di morte, che avvolge un cavaliere solitario ed un genere al crepuscolo.

Recensione a cura di:
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