BOUTIQUE (1989) di Lawrence Webber [Lorenzo Onorati] - recensione del film


BOUTIQUE (1989) di Lawrence Webber
Ci sono film che il buonsenso suggerirebbe di esser lasciati riposare in eterno nel ripostiglio del ciarpame inutile. Di “Boutique” non ne parlo certo perché consapevole e fondamentalmente convinto della motivazione-assioma “che se un film esiste è imprescindibile non ignorarlo”, bensì per altre questioni che andrò, di seguito, ad elencare. Ma anche perché, su questa mediocre e trascurabile pellicola, i sembra, i si dice e i forse sono più di uno e, almeno in un caso, abbastanza stimolanti.
Concepito per lanciare sullo schermo due ragazze “cin-cin” protagoniste della trasmissione televisiva di antica memoria “Colpo grosso” (Alma Lo Moro e Debora Vernetti) “Boutique” è, a quanto ho potuto appurare visionandone una copia, un soft lucido patinato come le pagine di un Playboy taroccato in Cina. Erotismo assente come una banconota da cento euro nel mio portafogli. Le attrici-modelle si dimenano comicamente in amplessi talmente falsi che neppure una verginella educata dalle Suore Clarisse. Senza infierire sulle geniali scelte registiche che impongono agli attori uomini di scopare senza togliersi i pantaloni e con patta rigorosamente abbottonata. Come sia tenicamente possibile farlo potrebbe rispondere solo Einstein che, come ognun sa, fondamentalmente era anche un burlone, ma ne sapeva una più del diavolo.

Ed ora il primo si dice, forse e sembra. Testimonianze che possono avere anche un certo credito (perché riferite da un astemio cronico) vorrebbero questo film, ritenuto inedito nelle pubbliche sale, “avvistato” in un cinema a luci rosse di Milano. La domanda sorge spontanea, come avrebbe detto un celebre dimenticato giornalista. Che ci stava a fare un soft, nel 1990, in una sala frequentata da sporcaccioni d.o.c e d.o.p (denominazione d'origine controllata e protetta)? Decisamente nulla. Sempre che il film non fosse stato riempito come un tacchino, di appetitosi e piccanti ingredienti per renderlo molto più gustoso. Sequenze interpretate da chi? Dagli attori e attrici (termini impropri) della pellicola originale o i soliti squallidi insert montati a capocchia? Non lo sapremo mai e penso non sarebbe d'aiuto neppure la visione dell'edizione tedesca in dvd “Die Liebestolle sex-boutique”, fra l'altro più breve di quella italiana di circa cinque minuti.
Mi si chiederà: ma perché tirarla così per le lunghe se è un film che non vale nulla? Portate pazienza.
Intanto vediamo un po' con cosa abbiamo a che fare. Il soggetto, sul quale spreco anche troppe righe:
C'è una cittadina di provincia (viene fatto il nome: Bellagio) all'apparenza tranquilla e morigerata, ma in cui si nascondono segreti inconfessati (e inconfessabili) che ruotano intorno ad una boutique che – c'era da metterlo in dubbio? - in realtà è una casa di tolleranza frequentata un po' da tutti. Lì finiscono per incontrarsi gli appartenenti di una famiglia bene: padre, figlia, fidanzato di costei e madre di lei.  Quest'ultima, un po' per salvare la reputazione della pargoletta e un po' perché ci prende gusto diventerà assidua frequentatrice del locale. Finirà a tarallucci e vino. Il “sacrificio” di mammà (che nel film ha più o meno la stessa età della figlia... tanto per dire le scelte del casting director) eviterà lo scandalo e i fidanzatini convoleranno a giuste nozze.
Storiella trita e ritrita, che naufraga nell'ovvio ormai improponibile del moralismo ostentato e del marciume nascosto. Ci bastavano illustri precedenti come il Germi di “Signore e signori” e, volendo, ci potevamo accontentare anche di un onesto Gaburro. Mi sto, a brevi passi, avvicinando al clou della recensione. Resterete delusi, Ma non mi va di farmi recapitare l'ennesima querela.
Il film (chiamiamolo pure così) è “stranamente” ben girato. Fotografia (del quasi  ignoto Livraghi, altro motivo di querela per lesa maestà?) che si diletta in acrobatismi cromatici e psichedelici degni di miglior causa, ma notevoli. Regia che, se si escludono le sequenze erotiche, è attenta ai particolari e quasi ispirata quando decide di uscire da una camera da letto. L'aiuto regista si firma Mario Sabatini (che sia quello che diresse “Squillo”, “Delitto d'autore” e “Peccato originale”? Non chiedetemelo perché non lo so).
Fra le curiosità segnalo la presenza, fra gli interpreti, di Dino Cassio – ex componente dei mitici Brutos – solitamente utilizzato dal cinema come generico o poco più e qui invece protagonista maschile. Suppongo per l'unica volta, nella sua lunga carriera.
Ebbene, finiamola qui. O quasi.
Però c'è ancora un sembra, un si dice, un forse.
Tempo fa, per puro caso, parlai con una persona che aveva partecipato al film. Chiesi: ma è veramente di Onorati?
La risposta mi arrivò dopo una risata più lunga della durata della corsa delle bighe di “Ben Hur”.
“perché non provi a chiedere a (omissis) chi era il regista del film?
Sembra, si dice, pare quindi che Onorati “viscido dalle dita grasse” Lorenzo fosse soltanto un prestanome o qualcosa del genere. [il virgolettato, che simpaticamente lo definisce, non è mio ma di Gianfranco Parolini/Frank Kramer, ché non si sa mai]
Il nome ora lo so, ma non lo faccio neppure se mi puntate un mitra dalle parti del cuore. Perché tirare in ballo un tale che già mi voleva querelare per un banale errore (neppure grave) sul mio dizionario dei registi non è fra le priorità della mia vita. Mai come in questo caso ha una logica lanciare il sasso e nascondere la mano. Un giorno , chissà. Dimenticavo: perché quello del presunto vero regista mica è un nome da niente. Un tempo collaborava con un certo Pasolini.

regista: Lawrence Webber [Lorenzo Onorati]; soggetto e sceneggiatura: Lorenzo Onorati; direttore della fotografia: Alberto Livraghi; musiche: Francesco Boscolo; scenografo: Sergio Palmieri; costumista: Ann; aiuto regista: Mario Sabatini; segretaria di edizione: Antonietta Giannesin; ispettore di produzione: Giuliano Lazzarini; assistente operatore: Mario Liguigli; truccatrice: Cristiana Barca; parrucchiera: Ada Miari; sarta: Maria Carli; capo squadra elettricisti: Aldo Marian; capo squadra macchinisti: Aldo Totaro; produzione: DI.a; interpreti: Alma Lo Moro (Sandra), Gianna Garbelli (sua madre Giulia), Dino Cassio (Carlo Baldini, padre di Sandra), Patrizio Romano (Luigi, il ragazzo di Sandra), Debora Vernetti (Lola), Giorgio Passera (Corelli), Gualtiero Affer, Grazia De Bernardi, Marisa Di Gianni, Tiziana Deodato, Lina Rossini, Franco Marino, Luigi Airoldi; Distribuzione annunciata (e coproduttrice): Panam Internazionale Cin.ca. Esterni e alcuni interni girati a Bellagio (Como). Pellicola Kodak. Sviluppo e stampa: Augustus Color. Edizione: Telecine. Durata 87' (versione visionata: 79' 42').

Recensione a cura di:
Roberto Poppi | Crea il tuo badge



Commenti

Anonimo ha detto…
Nessun mistero. Nelle scene girate a Bellagio, ma anche a Cologno Monzese e in alcuni studi di posa alla Comasina il regista era proprio lui: Lorenzo Onorati, alias Lawrence Webber. Io (purtroppo) c'ero ;-)