martedì 18 marzo 2014

IL LUPO DEI MARI (1975)



Regia/Director: Giuseppe Vari
Soggetto/Subject: opera
Sceneggiatura/Screenplay: Marcello Ciorciolini
Interpreti/Actors: Chuck Connors (capitano Larsen), Giuseppe Pambieri (Humphrey Van Weiden), Barbara Bach (miss Maud Brustel), Rick Battaglia (marinaio), Pino Ferrara (Concime), Luciano Pigozzi (Thomas il cuoco), Lars Bloch, Maurice Poli, Giovanni Pazzafini [Nello Pazzafini], Renato Baldini, Domenico Di Costanzo, Paolo Magalotti, Pino Ferrara (Concime), Vittorio Fanfoni, Lorenzo Piani, Rinaldo Zamperla, Claudio Ruffini, Ovidio Taito, Roberto Dell'Acqua
Fotografia/Photography: Sergio Rubini
Musica/Music: Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Costumi/Costume Design: Adriana Spadaro
Scene/Scene Design: Bartolomeo Scavia
Montaggio/Editing: Alberto Moriani, Alberto Moriani
Suono/Sound: Umberto Picistrelli, Guido Ortensi
Produzione/Production: Cinetirrena, National Cinematografica
Distribuzione/Distribution: Delta
censura: 66075 del 15-02-1975
Altri titoli: Wolf Larsen, The Legend of Sea Wolf.

Ho sbagliato ad aprire i libri.
Lupo Larsen

Guardai affascinato quel gigante dal colorito del bronzo: il profilo rasato da poco, aveva la purezza di un cammeo. Le labbra, sensuali e dure insieme, erano piene e carnose; il naso da imperatore somigliava al becco di un’aquila con i lineamenti regolari delle statue greche e latine. Il suo viso in definitiva era il ritratto della forza”.
Humphrey Van Weyden

Talora i personaggi di un libro prendono vita dalle pagine e s’imprimono nella mente del lettore appassionato divenendo parte integrante del suo essere; quando gli stessi protagonisti vengono consacrati da immagini cinematografiche, entrano a far parte di un indelebile immaginario individuale e collettivo e il loro perenne scenario sarà l’eternità.
Nel 1904 Jack London pubblica il romanzo “Il lupo dei mari”, miscelando l’avventura con riflessioni metafisiche e analisi dei personaggi pre-psicanalisi (Freud è già conosciuto al grande pubblico dal 1900, ma London non se ne occupa direttamente, nonostante il suo scavo nelle pieghe del subconscio e dell’inconscio, così come dell’Io senziente, sono profonde ma generate da altre suggestioni e studi).
Numerose le trasposizioni su celluloide, otto per la precisione, fra cui l’omonimo “Il lupo dei mari” diretto nel 1975 da Giuseppe Vari, con il granitico Chuck Connors nella parte di Lupo Larsen e un giovane Giuseppe Pambieri perfettamente fuso nel ruolo del timido e impacciato intellettuale Humprhey Van Weiden.
Pellicola dimenticata, denigrata dalla critica dell’epoca, molto astrattamente intellettuale, contro ogni forma di avventura perché in essa ravvisava il germe fascista e dalla mentalità avversa a ogni, o quasi, produzione statunitense. 
Il film fu giudicato troppo “americano” e da questo emerge, anche ma non solo, il merito di Giuseppe Vari, regista per indole mai “oltre le righe”:  l’aver saputo “condurre” un film ripercorrendo lo svolgimento della storia londoniana  e comunicando tutto il flusso emozionale che si dipana un momento dopo l’altro, alternando colpi di scena alle elucubrazioni di Lupo Larsen, in quella armonia scaturita dagli opposti,  fusione di estremi che riesce a creare un’armonia musicale  con note discordanti.
Il rumore delle onde che s’infrangono sullo scafo, l’odore della salsedine che impregna ogni cosa, quel senso di oppressione sospesa, la paura, il terrore di trovarsi in balia degli elementi e di uomini risoluti dall’anima nera. 
 “Nessun uomo sano di mente s’imbarcherebbe con Lupo, l’ho visto uccidere a mani nude un uomo più grande e grosso di Keerpoot. Quell’uomo è il diavolo in persona”.  
Il cuoco Thomas Mugridge al protagonista  (Scena presente nella versione integrale uscita al cinema, inizialmente, e poi scomparsa insieme ad altre per sempre.)
Una dimensione marina, l’Oceano Pacifico, percepito nella sua immensità, trasmesso come un cosmo nel cui alveo gli uomini possono perdersi e ritrovarsi e dove “Il fantasma”, la nave di Larsen, con tutto il suo carico di brutalità e violenza assume per il protagonista dimensione purificatoria, un  rinnovato grembo materno, simbolo di rinascita, un’iniziazione che da adolescente trentacinquenne, ricco, pigro e debole, lo trasformerà in uomo sicuro e risoluto, grazie al rapporto di amore e odio verso il burbero comandante, suo consapevole e inconsapevole mentore.
Giuseppe Vari, Giuseppe Pambieri (chi non ricorda il bello e atletico ragazzo nel delizioso sceneggiato “Le sorelle Materassi”) Chuck Connors e gli altri interpreti, non recitano ma vivono la vicenda trasportando lo spettatore sul “Ghost”, infarcendo il suo cuore di una dimensione perduta: l’avventura, l’anelito verso l’ignoto come sete di conoscenza, come esplorazione del mondo e della propria anima,  omerico sogno realizzato da un gene di Ulisse mai scoperto che conduce a una discesa oscura, dove gli inferi coincidono con l’abisso profondo e oscuro della psiche d Larsen-Connors.
Il timido protagonista scopre l’amore, verso una donna, e il senso sacrale dell’amicizia (sentimento, valore universale che supera ogni legame e vive dell’onestà intellettuale più pura, assoluta) della fedeltà verso un capo che volente o nolente assume il ruolo di una guida, di un maestro che lo spinge a crescere con durezza, violenza, sofferenza, perché la vita è una lotta per la sopravvivenza del più idoneo, è il credo evoluzionista di Wolf-London. Visione scientista che si fonde con il suo personale socialismo, il trauma mai risolto di un’infanzia negata, fatta di duro lavoro e frustate che hanno forgiato il suo corpo già geneticamente dotato in una macchina perfetta. Indimenticabile la scena (sembra scomparsa anch’essa) ove Larsen  stringe una patata nella mano riducendola a poltiglia.
Vari, Connors, Pambieri conducono una danza dialettica, ricca di spigoli e curvature, e di momenti di quiete, scossa dalle onde giganti del più pericoloso fra gli oceani, come dalle titaniche malinconie di Connor-Larsen  fino all’epilogo, dove la saga cosmica non ha punti di riferimento noti perché è ricreazione di una nuova mitologia, dove la struttura classica del racconto d’avventura centrato sull’intreccio, assorbe il dramma sociale, la scavo psicologico nei personaggi, spietato, senza concessioni alla pietà, perché la legge di natura non conosce pietà o rimorso.
Eppure in tanta durezza, gli occhi di Larsen-Connors, alla fine s’accendono di un bagliore d’umanità, veloce, fulmineo, quanto profondo, colto dalla regia decisa, serena e catartica di Giuseppe Vari.
Buona visione a tutti.

Recensione a cura di:
Roberto Carlo Deri | Crea il tuo badge



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