lunedì 17 febbraio 2014

MALOCCHIO - EROTICOFOLLIA (1974)



Regia/Director: Mario Siciliano
Soggetto/Subject: Federico de Urrutia, Julio Busch
Sceneggiatura/Screenplay: Federico de Urrutia, Julio Busch, Mario Siciliano
Interpreti/Actors: Daniela Giordano (Taga), Floria Marrone, Pia Giancaro (Elizabeth), Luis La Torre (Robert), Antonio De Teffé [Anthony Steffen] (ten. Ranieri), Pilar Velásquez (Yvonne Chevrel), Richard Conte (dott. Stone), Eduardo Fajardo (Basev, il maggiordomo), Jorge Rivero (Peter Crane), Eva Vanicek (dott. Turner), Luciano Pigozzi [Alan Collins] (Williams Stevens), Lane Fleming (Marta), Terele
Fotografia/Photography: Vincente Minaya
Musica/Music: Stelvio Cipriani
Scene/Scene Design: José Antonio De La Guerra
Montaggio/Editing: Otello Colangeli
Suono/Sound: Fiorenzo Magli
Produzione/Production: Metheus Film, Emaus Films, Madrid, Producciónes Gonzalo Elvira, México
Distribuzione/Distribution: Indipendenti Regionali
censura: 65703 del 13-12-1974
Altri titoli: Eroticofollia, Mal de ojo, Más allá del exorcismo, Los espectros

Mario Siciliano (1925 - 1987), attivo sin dal 1962 come produttore di film avventurosi, passa alla regia nel 1968 e si dedica a pellicole popolari di buona fattura. La fase terminale della carriera lo vede molto attivo sul versante erotico e pornografico, spesso alle prese con prodotti per il cinema a luci rosse. Utilizza pseudonimi come Marlon Sirko, Luca Delli Azzeri e nel cinema hard si fa chiamare Lee Castle. Eroticofollia (1974), noto anche come Malocchio, è l’unica opera di Mario Siciliano di taglio horror, sottogenere demoniaco - esorcistico, ma di impianto originale.
Il film è una coproduzione italo - spagnola, scritta da Federico De Urrutia e Julio Buchs (Busca), che lo sceneggiano insieme al regista. Le musiche sono di Stelvio Cipriani, la fotografia di Vincente Minaya e il montaggio di Otello Colangeli. Scenografie di José Antonio de la Guerra. Produce lo stesso Siciliano per la Metheus Film, associandosi alla madrilena Emaus Films. Il cast è italo - spagnolo: Anthony Steffen (Antonio De Teffé), Pilar Velasquez, Richard Conte, Daniela Giordano, Jorge Rivero, Pia Giancaro, Eduardo Fajardo, Eva Vanicek e Alan Collins (Luciano Pigozzi). La pellicola è un ibrido tra erotico e horror difficilmente inquadrabile, così come lo sono alcuni film di Joe D’Amato. In Spagna esce come Mal de ojo, in Germania Blutige Magie e in Messico si ricorda come Más allá del exorcismo, che forse sono titoli più consoni al tema trattato.
Una telefonata dell’amica Taga sveglia Peter Crane (il culturista messicano Rivero) da un incubo satanico che lo tormenta dopo una notte di bagordi. La sua casa è piena di gente che ha partecipato al festino. Peter, scosso dall’incubo, incarica il maggiordomo di svegliare gli ospiti e di mandarli a casa. Un giorno incontra la misteriosa Yvonne (Pilar Velasquez), che gli rivela di aver avuto un incubo dove il marito defunto le diceva che un uomo di nome Peter Crane l’avrebbe uccisa. Peter pensa a uno scherzo di pessimo gusto e continua a frequentare Yvonne, ma durante una nuova visione satanica strangola la donna. La trama si sviluppa attorno a una spirale di omicidi, ma presenta un suo tocco di originalità nella commistione di generi e in un morboso erotismo che pervade ogni scena. La pellicola parte come un giallo soprannaturale esoterico, ma sconfina nell’horror demoniaco; il regista pare interessato a stupire con effetti speciali esorcistici, più che a far capire il senso della storia, basata su una sceneggiatura zeppa di buchi. I personaggi hanno tutti nomi inglesi ma è chiaro dai pochi interni girati fuori dalla Elios che ci troviamo a Roma. Le parti oniriche la fanno da padrone, tra messe nere, incubi che ricordano una cerimonia d’iniziazione, fantasmi della memoria. Alcune scene memorabili: le rane che escono dalla bocca del maggiordomo, i tavoli che lievitano, i cristalli che si spaccano, un fucile che spara da solo cadendo dall’alto e uccidendo la vittima designata, donne misteriose che appaiono e scompaiono, cadaveri ritrovati in case di campagna, bambole e carillon in primo piano alla Dario Argento e molti omicidi cruenti. L’erotismo è ai minimi termini, il titolo italiano promette molto più di quel che mantiene, a meno che non esista una versione per il mercato estero. La recitazione è da fotoromanzo. Il protagonista è un buon attore messicano come Jorge Rivero, ma in questo film non dà il meglio di sé, impegnato in ridicole possessioni demoniache che lo fanno uscire di senno e uccidere. Eduardo Fajardo è un infido maggiordomo, Anthony Steffen il poliziotto che indaga, Richard Conte (Il padrino!) è uno psichiatra ingessato, Daniela Giordano una delle tante innamorate del protagonista, insieme a Pia Giancaro. Il finale è la parte più strana e incomprensibile di tutto il film, perché assistiamo a un crescendo onirico - demoniaco. Il poliziotto viene fermato da forze occulte, accadono strane morti violente e un’auto con a bordo il protagonista e la sua amante precipita da una scogliera. Ottimo il commento musicale di Stelvio Cipriani. Mario Siciliano mette la firma su un’opera anomala e curiosa che non si può definire horror gotico, ma neppure esorcistico e neanche erotico in senso stretto. Il film è un bizzarro ibrido di generi, che sconfina nel dramma psicologico, una folle calata negli inferi delle perversioni demoniache.
La critica stronca all’unanimità. Marco Giusti fa un po’ di confusione su Stracult perché vede Anthony Steffen nel ruolo dell’assassino, mentre è il poliziotto. In compenso dà una spiegazione razionale a una pellicola che non pare averne e forse ha ragione lui che ha visto una versione più completa. A suo parere “il killer indemoniato era manovrato dallo psichiatra Richard Conte, vecchio amico di famiglia, con una specie di diavoleria, per eliminare dei manigoldi che avevano eluso la giustizia”. Beneficio d’inventario, ma riportiamo la tesi come risulta dal testo del Giusti. Pino Farinotti cita il film come Malocchio, concede due stelle, avallando la tesi del dottore come mandante occulto dei delitti. In realtà si propende per tale spiegazione da un dialogo tra il poliziotto e lo psichiatra, quando il primo afferma: “Noi due sappiamo chi è il colpevole”. L’espressione che compare sul volto del medico tradisce la responsabilità di mandante. Mereghetti e Morandini non citano neppure la pellicola, non ritenendola meritevole di attenzione.

Recensione a cura di:
Gordiano Lupi www.infol.it/lupi

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