giovedì 6 febbraio 2014

L'ISOLA DELLE SVEDESI (1969)


 Regia/Director: Silvio Amadio
Soggetto/Subject: Silvio Amadio, Roberto Natale, Luigi Mordini
Sceneggiatura/Screenplay: Silvio Amadio, Roberto Natale
Interpreti/Actors: Catherine Diamant (Manuela), Eva Green (Eleonora), Nino Segurini (Maurizio), Wolfgang Hillinger (Franco)
Fotografia/Photography: Aristide Massaccesi
Musica/Music: Roberto Pregadio
Scene/Scene Design: Antonio Visone
Montaggio/Editing: Gino Caccianti
Suono/Sound: Carlo Diotallevi
Produzione/Production: Claudia Cinematografica
Distribuzione/Distribution: Claudia Cinematografica
censura: 54389 del 20-08-1969
Altri titoli: Les biches suédoises

La giovane Manuela, vista la crisi sentimentale col proprio compagno, decide di concedersi un'evasione, di lasciarlo, almeno per un po'. Raggiunge l'amica Eleonora che vive in solitudine su un'assolata isola, denominata "isola delle svedesi".
L'improvviso senso di libertà, la comunione panica con la natura selvaggia, il caldo e la solitudine in cui vivono le due donne, fanno sì che in Manuela nasca un'inaspettata attrazione fisica nei confronti dell'amica, che sembra più o meno ricambiare. Insieme fanno il bagno nude al mare, giocano a truccarsi a vicenda e a vestirsi elegantemente per giocose cene a due, chiacchierano, prendono il sole e ascoltano musica. Così trascorrono i giorni, finché, all'improvviso, il fidanzato di Manuela giunge all'isola, deciso a riconquistarsi l'amata. Per Manuela è sia un trauma che la riporta alla realtà, sia una minaccia alla propria trasgressione, che porterà a tragiche conseguenze.
L'ISOLA DELLE SVEDESI è una storia in cui di svedesi non c'è traccia. E' una storia semplice, scarna, che si trascina nella sua durata con una lentezza di cui sono complici sia sceneggiatura, che regia, che montaggio, ma che, volutamente o no, dà alla vicenda un sapore di astenia estiva, di pigrizia e voluttà dei sensi. Fin dai primi minuti, quando la protagonista Manuela scappa in automobile lasciandosi alle spalle un amore complicato, e trovandosi di fronte a un bivio (nord-sud) afferma tra sé -Tutto sommato, un po' di mare non può farmi male, no?- (pensiero che gli autori le mettono in bocca con ironico sadismo) s'intuisce che il film racconterà una vera e propria evasione dalle inaspettate conseguenze; un'evasione non solo fisica, ma anche dagli schemi imposti dalle consuetudini morali, considerato il clima sociale dell'epoca. Le varie sequenze ambientate sull'isola (siamo in Sardegna), s'accompagnano ripetitive una dietro l'altra fino all'epilogo, e questo ripetersi è una progressiva decadenza dell'equilibrio mentale di entrambe le protagoniste. Quante volte nel film si accendono una sigaretta per sopperire alla mancanza di dialoghi? Quante volte le inquadrature di un assolato paesaggio aspro, brullo e angosciante (fotografato da Aristide Massaccesi non ancora regista Joe D'Amato) sostituisce una più approfondita indagine del malessere dei protagonisti, divenendone specchio se non protagonista stesso? Protagonisti di riflesso, tutt'uno con l'ambiente, sono anche gli animali: a un certo punto una delle protagoniste vuole sparare a un gabbiano, per noia, e l'amica la ferma, ammonendola a riguardo della vita: preziosa, misteriosa, quindi da rispettare. Il medesimo fucile però, in seguito miete vittime umane, una delle quali, stesa a terra priva di vita, avrà il volto attraversato da brulicanti formiche. Quale maggiore immersione/ritorno alla natura? Il film, in definitiva, possiede degli spunti interessanti purtroppo (o per fortuna, chissà) poveramente rappresentati. Ed è la sua rozzezza a conferirgli un'atmosfera magica, indefinibile.
Alcune curiosità: una leggenda vuole che in una sequenza, le protagoniste ascoltino NON CREDERE di Mina, ma nel master in circolazione della canzone non v'è traccia.
Roberto Natale, co-sceneggiatore, raccontava che il film ebbe noie con la censura. Il problema riguardava gli accenni saffici tra le due protagoniste. Sempre Natale raccontava che una rumorosa manifestazione operaia che sfilava in corteo, in strada, sotto l'ufficio del giudice, distraendolo, lo spinse alla decisione di assolvere la pellicola, preso atto dei ben più gravi problemi che l'Italia si trovava ad affrontare all'epoca. Ciononostante, tutt'oggi non si riesce a recuperare la versione integrale del film, pesantemente tagliato.
Silvio Amadio in quegli anni realizzò altre pellicole d'impronta tragico/balneare, come DISPERATAMENTE L'ESTATE SCORSA (ancora in collaborazione con Roberto Natale), PECCATI DI GIOVENTU' e QUELLA ETA' MALIZIOSA. Natale stesso, da sempre sceneggiatore, si mise per la prima volta dietro la macchina da presa per girare, vagamente in sintonia con questi altri titoli, il dramma IL MIO CORPO CON RABBIA (1972).

Recensione a cura di:

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