lunedì 6 gennaio 2014

INFERNO (1980)



Regia/Director: Dario Argento
Soggetto/Subject: Dario Argento
Sceneggiatura/Screenplay: Dario Argento
Interpreti/Actors: Leigh McCloskey (Mark Elliott), Irene Miracle (Rose Elliott), Sacha Pitoëff (Kazanian), Daria Nicolodi (Elisa Delon Valadier), Eleonora Giorgi (Sara), Alida Valli (Carol), Veronica Lazar (infermiera), Feodor Chaliapin jr. (dr. George Arnold), Gabriele Lavia (Carlo), Leopoldo Mastelloni (John, domestico), Ania Pieroni (allieva scuola musica), Rodolfo Lodi, Luigi Lodoli, Fulvio Mingozzi (tassista), Paolo Paoloni (prof. di musicologia), Rosario Rigutini
Fotografia/Photography: Romano Albani
Musica/Music: Keith Emerson
Costumi/Costume Design: Massimo Lentini
Scene/Scene Design: Giuseppe Bassan
Montaggio/Editing: Franco Fraticelli
Suono/Sound: Francesco Groppioni, Giancarlo Laurenzi
Produzione/Production: Produzioni Intersound
Distribuzione/Distribution: 20th Century Fox, 20th Century Fox
censura: 74729 del 06-02-1980
Altri titoli: Inferno, Inferno, Horror Infernal

Inferno (1980) si pone al culmine dell'operato artistico di Dario Argento, seguendo le ottime prove dei primi lavori in giallo e gli assoluti capolavori di Profondo rosso e Suspiria; poi sappiamo bene cosa accadrà. Film colto, ricco di citazioni, non un semplice film di genere; strizza, anzi, spesso l’occhio nell’uso della grammatica a una certa Nouvelle Vague. Citazioni rincorrono altre citazioni. Echi di Murnau, sovrapposizioni impressionistiche, inquadrature e scenografie espressionistiche e kubrickiane.
C’è la sensazione che la balbuzie della coerenza interna sia, stavolta, più consapevole di quanto si possa immaginare. Lo scardinamento delle convenzioni spazio – temporali, laddove presente, risulta essere dunque una peculiare ricerca dell'autore più che frutto di un suo disinteresse. Inferno sembra, infatti, mirare ad essere il definitivo manifesto estetico di Argento. Da rivalutare, dunque, quelle che parrebbero deficienze se paragonate a Profondo Rosso ovvero caratterizzazioni superficiali e dialoghi sottotono. Oltre che quel Parsifal sgraziato di Leigh McClosky; un ingenuo trascinato inconsapevolmente verso la conoscenza salvifica e con un iter personale fatalmente diverso da quello degli altri personaggi che sono, dal canto loro, timidi simboli di feticismi ed ossessioni bunueliane, di aspirazioni faustiane, mimetizzati alla perfezione dentro una apparente normalità borghese. Se solo ci fosse stato David Hemmings al suo posto! Di contro, massima attenzione è riservata all'uso delle luci, alle attese e ai silenzi snervanti che, uniti alle scenografie sopra le righe - labirintiche trappole per i martiri/topi di Argento -, sono gli strumenti chiave per la mise-en-scène di tutta una serie di eccentrici omicidi. Massimo filo conduttore è una suspense, che dichiara apertamente guerra ai nervi, stemperata da pochi, pochissimi momenti distensivi; non ci è permesso prendere fiato, dall’inizio alla fine. Suspense come sinuosa concordanza semantica tra quadretti giustapposti sull'estetica dell'omicidio, sul suo impuro fascino. Una orrorifica Cappella Scrovegni cinematografica, insomma, capovolta e parodiata, però. Particolare cura viene posta sui segnali premonitori degli omicidi, manifestazioni tipologiche dell'Inferno, quasi sintomi virali di un raro morbo letale. La luna è l'occhio di Argento che assiste, onnipresente, al sacrificio pour l'art dei suoi manichini. Ed è proprio quando questa luna si nasconde in una eclissi che l’autore cede alla tentazione di un pannellone zeppo di arbitrarietà e narcisismo registico, raffigurante l'anomala morte dell'antiquario.

Recensione a cura di:
Santo Premoli | Crea il tuo badge

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