venerdì 10 gennaio 2014

IL BOSS (1973)


Regia/Director: Fernando Di Leo
Sceneggiatura/Screenplay: Fernando Di Leo
Interpreti/Actors: Henry Silva (Lanzetta), Vittorio Caprioli (questore), Gianni Garko (commissario Torri), Pier Paolo Capponi (Cocchi), Marino Masè (Pignataro), Antonia Santilli (Rita D'Aniello), Corrado Gaipa (avv. Rizzio), Claudio Nicastro, Mario Pisu (commissario Gabrielli), Richard Conte (Corrasco), Renato Rossini [Howard Ross] (Merende, socio di Cocchi), Gianni Musy Glori (Carletto), Pietro Ceccarelli (Malione), Andrea Aureli (Antonino), Salvatore Billa, Sergio Ammirata, Andrea Scotti, Giorgio Dolfin, Gianni Baghino, Luigi Antonio Guerra
Fotografia/Photography: Franco Villa
Musica/Music: Luis Enriquez Bacalov, Enriquez Luis Bacalov
Costumi/Costume Design: Elisabetta Lo Cascio
Scene/Scene Design: Francesco Cuppini
Montaggio/Editing: Amedeo Giomini
Suono/Sound: Alberto Salvatori
Produzione/Production: Cineproduzioni Daunia 70
Distribuzione/Distribution: Alpherat
censura: 61807 del 30-01-1973
Altri titoli: Le boss, Der Teufel führt Regie

Henry Silva, dietro alla sua immutabile maschera di fredda determinazione, è il figlioccio di un capobanda mafioso che si fa strada nel mondo della vita, eliminando materialmente la concorrenza, sino a raggiungere le vette dell’organizzazione.
Di Leo, autore del valido thriller La bestia uccide a sangue freddo, 1971, scrive e dirige un notevole film, che, se durante la visione, sembra offrire solo una lunga serie di sparatorie, massacri, complotti e tradimenti, condita da un cinismo disperato quanto imperante; trova in un secondo tempo, come il fuoco che cova sotto le ceneri, lavorando nell’intimo dello spettatore, la migliore fruizione, disvelando minuziosamente la corruzione di un intero ambiente attraverso soprattutto le caratterizzazioni secondarie – mai come in questo caso illuminanti. La scena d’apertura, con un gruppo di mafiosi rivali riuniti nella villa del loro boss per assistere ad un filmino pornografico giunto appositamente dalla Danimarca; la descrizione di una polizia o corrotta – il commissario Torri di un Gianni Garko (celebre per i suoi western, soprattutto quelli interpretati per Anthony Ascott / Giuliano Carnimeo) non proprio a suo agio – o al limite della resa, in grado di salvarsi solo con il sarcasmo – il questore messo in scena da un tagliente Caprioli – la presenza subdola dell’amico traditore Pignataro – un Marino Masé sottilmente incisivo – ma, in particolare modo, il tratteggio della figlia Daniello (notevolmente interpretata dalla bella Antonia Santilli) pseudo-anarchica drogata e ninfomane e, perfino, dedita all’alcol; in quanto troppo debole per sopportare la tristezza di un’esistenza come quella impostagli dalla sua condizione di figlia di capomafia, che ha tutto ma nulla possiede, sono elementi essenziali nel gioco ad incastro con il quale la sceneggiatura, dello stesso Di Leo, allestisce un complesso quanto perfetto mosaico di notevole valore artistico. Incisivo ed impietoso nella sua vetriolinica analisi di un mondo a parte, Di Leo costruisce con grande bravura uno di migliori film della sua carriera e dell’intero panorama cinematografico italiano. Assistente alla regia è Franco Lo Cascio divenuto poi celebre come regista e produttore di film porno con lo pseudonimo di Luca Damiano.

Recensione a cura di:
Alessandro M. Colombo (c)

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