lunedì 2 dicembre 2013

SI RINGRAZIA LA REGIONE PUGLIA PER AVERCI FORNITO I MILANESI (1982)



Regia/Director: Mariano Laurenti
Soggetto/Subject: Gino Aldo Capone
Sceneggiatura/Screenplay: Gino Aldo Capone, Mariano Laurenti
Interpreti/Actors: Giorgio Porcaro (Benedetto), Massimo Boldi (Max Bernasconi), Teo Teocoli ("marocchino"), Manuela Gatti (Carmela), Eleonora Vallone (Rita), Mirella Banti (amica di Rita), Origene Luigi Soffrano [Jimmy il Fenomeno] (barista), Elio Crovetto (padre di Max), Leonardo Cassio, Francesco Caracciolo, Renato Cortesi
Fotografia/Photography: Franco Delli Colli
Musica/Music: Piero Pirazzoli, Depsa
Costumi/Costume Design: Giorgio Desideri
Scene/Scene Design: Giorgio Desideri
Montaggio/Editing: Mauro Bonanni
Suono/Sound: Andrea Petrucci
Produzione/Production: Clemi Cinematografica
Distribuzione/Distribution: Clemi Cinematografica
censura: 78163 del 05-10-1982

Al recensore di ‘Si ringrazia la regione Puglia per averci fornito i milanesi’ si presentano tre strade, diverse seppur convergenti: presentare il film da un punto di vista storico-sociologico-antropologico  (i ragazzi terribili del Derby approdati al cinema, la diatriba ‘terrunciellesca’ Porcaro-Abatantuono, lo scenario pre-paninaro e pre-berlusconiano d’inizio anni ottanta); presentarlo da un punto di vista produttivo-commerciale-stracult, che è poi quello che fa Giusti nel suo Dizionario, e qui, a vario titolo, passiamo da ‘disastro assoluto’ a ‘cult-movie di ferragosto’, da ‘geniale titolo a memoria’ a ‘film più incompreso di Laurenti’; oppure ancora presentarlo per quello che è e cioè, più semplicisticamente, un efficace guazzabuglio metropolitano. Ed è forse questa la via migliore per parlarne.
Originario della Puglia, Benedetto (Giorgio Porcaro) vive con la sorella Carmela (Manuela Gatti), di cui è gelosissimo, nella periferia milanese: di mestiere fa il cameriere; nel tempo libero si occupa della sua Fiat 128 coupé bicolore nero-salmone e frequenta un bar di terroni gestito da Jimmy il Fenomeno, il Bar del Tacco. Un giorno, stanco dei soliti discorsi sulle donne, sul calcio e sulla politica e infastidito dagli apprezzamenti che gli amici hanno nei riguardi della sorella, Benedetto decide di frequentare un bar in zona Piazza Castello, gestito da Guido Nicheli – passato alla storia come lo sciur Zampetti – frequentato dai rampolli della Milano bene ma anche, e soprattutto, dalle rampolle, merce rara nell’altro bar. Qui, spacciandosi per Mogol, il paroliere di Battisti, Benedetto incrocia ben presto i propri destini con quelli di Max Bernasconi (Massimo Boldi),  viveur, figlio di papà, proprietario dell’emittente Tele Bassa Padana, Canale Meno Cinque, il Biscione maledetto (ogni riferimento è puramente non casuale), a sua volta pronto a sfruttare posizione e conoscenze, anche quella con il falso Mogol, per rimorchiare aspiranti attrici e ballerine (tra le quali si annovera una ingenua quanto scosciatissima Eleonora Vallone). Il curioso quanto precario sodalizio nord-sud instaurato nel nome della gnocca è destinato però ben presto a saltare a causa delle insanabili divergenze culturali a cui fanno da detonatore le vicende del falso marocchino complessato (Teo Teocoli), una vera e propria mina vagante lungo tutto il fim, che compromette inesorabilmente ogni risultato di successo del duo terrone-polentone fino alla inevitabile rissa finale.
Nato da un’idea di Gino Capone, sceneggiato tra gli altri anche da Faletti, diretto da Laurenti, il film è una gustosa commedia milanese che sconfina spesso nel surrealismo, non tanto nella struttura portante, quanto negli episodi minori: Nicheli che prepara un cocktail micidiale a base di detersivo preparato sotto gli effetti di una potente canna; la Russinova, qui in un cameo, che recita la parte della madre sessantenne di Boldi che mantiene il suo aspetto giovanile grazie al… leasing (e che Porcaro non può evitare di salutare senza toccarle il fondoschiena); le mani del marpione Boldi che, anziché avvinghiare la bella Manuela Gatti, rimangono incastrate nella boccia dei pesci rossi; i dialoghi ispirati ai titoli delle canzoni; il cane Sergio; l’architetto-lavapiatti del ristorante chic… 
Insomma, la buona tradizione della commedia all’italiana che affonda le radici nelle debolezze nostrane (cercare di apparire più di quello che si è o fregarsene di tutti, questo è il problema), nei desideri reconditi (è meglio la Fenech, la Guida o la Muti?…se ne discute ancora oggi), negli equivoci, nella parodia a tratti geniale, è pienamente confermata e la nuova generazione di comici che, allora, dal cabaret (televisivo) approdava al cinema non fa altro tutto sommato che attualizzare, nel linguaggio e nei tempi questa lezione dalla quale si apprende che, nel bene e nel male, il pubblico va sfamato con il pane quotidiano, cioè a livello comunicativo-emozionale. La differenza territoriale e l’apparente campionario di stereotipi è insomma solo il pretesto per aprire scenari improbabili nel quale tutti gli attori trovano una loro naturale collocazione. E così lo slang di Porcaro, la parlantina di Boldi, l’arabo di Teocoli si mescolano, come nel cocktail di Nicheli, in un mix infernale agli antipodi da ogni intellettualismo e da falsi moralismi, così come deve essere, nelle migliori (o peggiori) intenzioni degli autori.

Recensione a cura di:

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