sabato 9 novembre 2013

IL FERROVIERE (1956)



Regia/Director: Pietro Germi
Soggetto/Subject: Alfredo Giannetti
Sceneggiatura/Screenplay: Pietro Germi, Alfredo Giannetti, Luciano Vincenzoni
Interpreti/Actors: Pietro Germi (Andrea Marcocci), Luisa Della Noce (Sara, sua moglie), Sylva Koscina (Giulia), Saro Urzì (Gigi Liverani), Carlo Giuffrè (Renato Borghi), Renato Speziali (Marcello Marcocci), Edoardo Nevola (Sandrino Marcocci), Antonio Acqua, Mirella Fedeli, Renato Terra Caizzi [Renato Terra], Franco Fantasia, Dino Maronetto, Lina Tartara Minora, Giuseppe Chinnici, Amedeo Trilli (oste), Gustavo Serena, Sergio Alberini (bambino), Artemide, Paolo Goldwyn
Fotografia/Photography: Leonida Barboni
Musica/Music: Carlo Rustichelli
Costumi/Costume Design: Mirella Morelli
Scene/Scene Design: Carlo Egidi
Montaggio/Editing: Dolores Tamburini
Suono/Sound: Roy Mangano, Raffaele Del Monte
Produzione/Production: Carlo Ponti Cinematografica, Excelsa Film
Distribuzione/Distribution: Euro International Films
censura: 21891 del 30-05-1956
Altri titoli: Man of Iron, Das rote Signal

Il ferroviere nasce da un soggetto originale di Alfredo Giannetti, intitolato Il treno, adattato per il cinema dagli esperti Vincenzoni e Germi. Il regista ritaglia per sé la parte del protagonista e dà vita a una figura tormentata e coinvolgente di un ferroviere cinquantenne, in crisi familiare e lavorativa. Carlo Ponti avrebbe voluto Spencer Tracy nel ruolo principale, ma Germi decide di interpretare Andrea Marcocci, arrivando a minacciare l’abbandono della regia. Il ferroviere viene presentato a Cannes e a Berlino. Ottiene due Nastri d’Argento, mentre al Festival di San Sebastian fa man bassa di premi: regia e migliori attori per Germi e Della Noce. Un grande film, una pietra miliare del cinema italiano, un melodramma neorealista di taglio intimista, con sfumature deamicisiane (come dice Morandini) che non guastano, perché il lato umano dei personaggi è tratteggiato in profondità. Le accuse di moralismo populista che piovono su Germi dal versante della critica militante sono del tutto infondate.
In breve la storia, molto articolata, che racconta l’esistenza tormentata di un macchinista ferroviere. Il vino, l’osteria e gli amici sono il leitmotiv di un racconto per immagini intenso e coinvolgente. Andrea conduce lo spettatore alla scoperta di un luogo importante per l’Italia degli anni Cinquanta: l’osteria, dove scorre la vita degli uomini dopo il lavoro, tra partite a carte, chiacchiere con gli amici e fiaschi di vino, la droga dei poveri. Vediamo gli scontri padre - figlia ripercorsi grazie a intensi flashback, la ragazza (Koscina) che sposa un uomo che non ama (Giuffrè) per volere del padre, ma anche un altro figlio che non vorrebbe fare la vita del genitore, ma non lavora e si mette nei guai. Il primo dramma nella vita della figlia è la nascita di un figlio morto che segna la crisi matrimoniale. Un amante entra nella vita della figlia, motivo della separazione e di una lite furibonda con il padre. Straordinaria Luisa Della Noce nei panni della donna di casa, mite e sottomessa, che si sobbarca in silenzio tutti i problemi familiari, sia la crisi matrimoniale della figlia che i fallimenti del figlio. Il racconto procede seguendo le considerazioni del figlio più piccolo, Sandro (Nevola), innamorato del padre ma studente svogliato e per questo spesso rimproverato dal genitore. Il rapporto padre - figlio è una delle cose più belle dell’intera pellicola, tratteggiato con dovizia di particolari, realistico e in linea con la concezione paterna del periodo storico. Il padre non è un amico, ma il capo famiglia, a volte duro, ma sempre rispettato, lavoratore infaticabile, a lui è concesso andare con gli amici all’osteria, persino ubriacarsi dopo il turno massacrante di lavoro. Il dramma irrompe nella vita di Andrea quando investe un suicida alla guida del treno, subito dopo non vede un segnale rosso e rischia di provocare un incidente ferroviario. Andrea crolla psicologicamente dopo la sospensione dal lavoro, dovuta alla cattiva fama di bevitore, non crede nel sindacato che non l’aiuta, finisce ai servizi sedentari e deve fare il crumiro per recuperare la guida del treno. Soltanto Gigi Liverani (Urzì), il collega e l’amico di sempre, resta al suo fianco e l’aiuta nei momenti difficili. Il finale è drammatico. Andrea è malato di cuore ma vuole festeggiare il Natale insieme agli amici e con la famiglia. È il Natale più bello della sua vita, si riappacifica con i figli, comprende che è stato un padre troppo intransigente. Non fa in tempo a cambiare, perché muore sul suo letto mentre imbraccia la chitarra per dedicare una serenata alla moglie, che non l’ha mai abbandonato. Il piccolo Sandro resta solo, senza guida paterna, ma il figlio maggiore comincia a lavorare, si capisce che prenderà il posto del padre alla guida della famiglia, e il matrimonio della sorella pare rimettersi in sesto.
Pietro Germi compone uno spaccato dell’Italia anni Cinquanta crudo e realistico, una nazione povera che stenta a ricostruire palazzi e fabbriche dopo la guerra. La macchina da presa del regista indaga la vita delle famiglie proletarie, che vivono in povere case, vestono abiti rattoppati, lavorano duro per pochi soldi. I contrasti generazionali sono in primo piano: i figli si ribellano all’autorità paterna, pretendono una vita diversa in un mondo che cambia, mentre il padre ragiona come in passato. Il film è un melodramma sentimentale, ma non rinuncia a fare politica in senso lato. Germi punta l’indice accusatore su un sindacato che parla molto ma non fa l’interesse dei lavoratori, non li difende come dovrebbe. Una filippica di Andrea contro il sindacato viene recitata nell’osteria e non risparmia nessuno, anche se l’uomo è ubriaco si capisce che ragiona in piena lucidità. Pietro Germi conferisce forza e carisma a un personaggio importante, dando ragione a se stesso per aver scommesso sulla sua interpretazione. Si tratta del ruolo della sua vita, come attore. Indimenticabili le sequenze alla guida del treno, lo sconforto in osteria davanti a un bicchiere di vino e l’amore burbero per il figlio più piccolo che lo ama e lo teme. Brava anche Sylva Koscina (1933 - 1994), ventidue anni, al suo secondo film dopo Siamo uomini o caporali? (1955) di Camillo Mastrocinque, dove si limitava a una breve apparizione sexy. Il ruolo di Giulia, la figlia del ferroviere è intenso e drammatico, la bella jugoslava di Zagabria, si mette in mostra come una presenza interessante del nostro cinema. Luisa Della Noce (1923 - 2008), invece, interpreta una manciata di pellicole dal 1952 al 1970, ma resta fondamentale il ruolo come moglie del ferroviere, rappresentativo della rassegnazione femminile negli anni Cinquanta. La sua parte è la personificazione della moglie parafulmine dei problemi casalinghi, sempre comprensiva e disposta a perdonare. L’uomo di paglia (1958) di Pietro Germi è un altro film importante che vede la sua interpretazione, mentre in tempi recenti la ritroviamo in Identificazione di una donna (1982) di Michelangelo Antonioni. Il ruolo della donna nel cinema di Germi è secondario, visto da un’ottica molto maschile, autori come Brunetta hanno parlato di misoginia, termine che pare eccessivo. Quel che conta in Germi è il rapporto virile padre - figlio, amico - compagno di lavoro, ma nella sua opera non c’è traccia di quella lotta di classe tanto amata dagli ideologi, che si stempera nella normalità della vita quotidiana. 
Rassegna critica. La critica di sinistra stronca il film, perché il regista mostra una figura di operaio troppo diversa dai cliché precostituiti e rassicuranti. Si tratta di critiche ideologiche fuorvianti, che parlano di populismo, mancanza di coscienza di classe, intenti deamicisiani. Morando Morandini (tre stelle e mezzo per la critica, quattro per il pubblico): “Nonostante i limiti della sua poetica (un po’ De Amicis, un po’ Capra) e del suo moralismo ottocentesco, sfugge alle trappole della retorica per la scrittura calda e avvolgente, concentrata sugli attori, per quel neorealismo intimistico che è la cifra stilistica migliore di Germi (ma il merito è anche dello sceneggiatore Alfredo Giannetti) che ne fa un narratore popolare ad alto livello”. Filippo Sacchi critica la prova di attore: “La sua maschera non possiede l’intensità e il dinamismo fotogenico necessari per occupare continuamente lo schermo”. (Al cinema col lapis, Milano, Mondadori, 1958). Gian Piero Dell’Acqua: “Uno dei migliori film di Germi, per la notevole ricchezza psicologica con cui è ritratto il protagonista, e definita la sua mentalità piccolo borghese”. Gian Piero Brunetta (Storia del Cinema Italiano, Editori Riuniti, 1982): “Il ferroviere e L’uomo di paglia segnano la crisi del riferimento al cinema americano e il tentativo di guardare più da vicino, secondo codici più pertinenti (melodramma popolare, cinema francese), la crisi individuale e i problemi del privato, nel mondo proletario. Germi pone al centro della sua poetica istanze regressive, una specie di nostalgia per figure e valori perduti e anacronistici. Il fatto che entri come attore in alcuni film segnala il grado di coinvolgimento e l’incrocio quasi autobiografico con la vicenda”. Paolo Mereghetti (due stelle e mezzo): “Il film si concede qualche indulgenza di troppo nella descrizione del mondo operaio e rischia di scivolare nel patetismo, ma la storia di un proletario che vede crollare i valori in cui ha creduto è raccontata con molta umanità e può contare su un’interpretazione sincera e partecipata del regista e protagonista, che cerca strade originali nell’incerto panorama produttivo successivo all’esperienza neorealista. Esordio della Koscina”. Pietro Germi amava molto questo film, era il lavoro in cui più si riconosceva, “fatto per gente all’antica…col risvolto dei pantaloni”, diceva. Germi è doppiato da Gualtiero De Angelis, voce intensa e vellutata di James Stewart, Cary Grant, Dean Martin.

Recensione a cura di:


www.infol.it/lupi

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