venerdì 8 novembre 2013

GOODBYE & AMEN (1977)



Regia/Director: Damiano Damiani
Soggetto/Subject: opera
Sceneggiatura/Screenplay: Damiano Damiani, Nicola Badalucco
Interpreti/Actors: Tony Musante (John Dhannay), Claudia Cardinale (Aliki De Mauro), John Forsythe (Carson, l'ambasciatore americano), John Steiner (Donald Grayson), Renzo Palmer (Parenti), Fabrizio Jovine (Moreno), Wolfango Soldati (Harry Lander), Gianrico Tondinelli (Jack), Angela Goodwin (moglie dell'ambasciatore), Anna Zinnemann (Renata Lambert), Luciano Catenacci [Luciano Lorcas] (Vincent), Francesco Carnelutti (Agostino, il mendicante), Wolfango Soldati (Harry Lambert), Piero Palermini (Berto), Ruggero De Daninos (sig. De Mauro), Gianni Di Benedetto (ministro degli esteri italiano), Sergio Doria, Mauro Barabani, Alessandro Haber, Massimiliano Baratta, Christian Esposito
Fotografia/Photography: Luigi Kuveiller
Musica/Music: Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Costumi/Costume Design: Franco Carretti
Scene/Scene Design: Umberto Turco
Montaggio/Editing: Antonio Siciliano
Suono/Sound: Luigi Salvi
Produzione/Production: Capital Film, Rizzoli Film
Distribuzione/Distribution: Cineriz
censura: 71301 del 21-12-1977
Altri titoli: "Goodbye & Amen", l'uomo della CIA, L'uomo della CIA

Damiano Damiani, uno dei più grandi registi del cinema italiano (e non solo), percorse una carriera lunga ed eterogenea, trovando il suo stile peculiare nel felice connubio fra “impegno” e “spettacolo”: un tipo di cinema che tratta in maniera coraggiosa tematiche socio-politiche (mafia, terrorismo, sistema carcerario), ma lo fa in maniera spettacolare, con ritmo, azione e suspense, catturando così l’attenzione del maggior numero possibile di spettatori. Nel 1977, Damiani diresse i suoi due capolavori, che stranamente sono i meno ricordati fra i suoi film: Io ho paura e Goodbye & Amen.
Goodbye & Amen è un film un po’ anomalo nella cinematografia di Damiani, in quanto il regista di Pordenone lascia in secondo piano la denuncia (comunque presente) e si concentra soprattutto sullo spettacolo, dando origine a un capolavoro senza eguali, “in assoluto il miglior film di Damiano Damiani” (Nocturno Cinema). Sempre Nocturno lo definisce, con sintesi e precisione, un “noir d’autore in qualche modo unico”, “un micidiale meccanismo a orologeria che leva il fiato. Il thriller poliziesco italiano più teso e riuscito degli anni Settanta”. E chi scrive non può che confermare in toto queste definizioni: vedere (il film) per credere. 
Goodbye & Amen è un perfetto connubio fra spy-story, poliziesco e thriller, costruito con un solido meccanismo “all’americana” ma ambientato in Italia. L’impeccabile sceneggiatura, firmata dallo stesso Damiani insieme a Nicola Badalucco, si basa su un romanzo di Francis Clifford, Sulla pelle di lui (The Grosvenor Square Goodbye, 1974), spostando però l’azione da Londra alla Roma degli anni Settanta. Un distaccamento della CIA a Roma, sotto la guida di John Dannahay (Tony Musante), sta organizzando un colpo di stato in un Paese africano. Mentre il responsabile delle operazioni scopre la presenza di un traditore, Harry Lambert, che mira al sabotaggio dell’azione, un uomo armato di fucile (John Steiner) si barrica nell’Hotel Hilton tenendo in ostaggio la nobildonna De Mauro (Claudia Cardinale) e il suo giovane amante. Tutta una serie di indizi fa pensare che il misterioso cecchino sia proprio Lambert, per cui Dannahay affianca la polizia italiana nel braccio di ferro col sequestratore.
Goodbye & Amen è un film in cui tutto funziona davvero alla perfezione, e che sia un’opera straordinaria lo capiamo già dall’inizio. Un lungo piano sequenza si muove sul profilo assolato di Roma, per poi stringere su Tony Musante intento a fare ginnastica sulla terrazza di casa; sullo sfondo, l’indimenticabile colonna sonora dei fratelli Guido e Maurizio De Angelis, che sentiremo più volte nel film: un contrappunto di percussioni martellanti (una più “dura” che si innesta su una più “morbida”) che si risolvono poi in una sonorità più lirica e di ampio respiro senza però mai perdere di ritmo. La vicenda è un susseguirsi senza tregua di suspense, colpi di scena, scambi d’identità, mosse e contromosse che inchiodano lo spettatore allo schermo fino all’indimenticabile “twist” finale. Il ritmo è serrato (non cede nemmeno un minuto), e anche l’azione non manca (vedasi i tentati blitz della polizia nella camera del sequestratore e la sparatoria conclusiva). Il plot narrativo è costruito in maniera assolutamente geniale, raccontando e alternando abilmente due situazioni (quella “spionistica” e quella “poliziesca”) che in un primo momento sembrano coincidere, poi si ramificano in due strade diverse (ma sempre connesse) per ricongiungersi infine nell’emozionante finale, zenit di un percorso narrativo intrinsecamente perfetto.
Straordinario, inoltre, è il cast, con ciascun personaggio definito alla perfezione e attori in stato di grazia. A cominciare dal protagonista Tony Musante, agente CIA dall’impeccabile vestito bianco ma dall’animo nero, geniale nel suo cinismo. Così come la sua nemesi, il cecchino psicopatico che John Steiner (perfetto in  ruoli di questo tipo) interpreta con un realismo straordinario. Ottimi anche la Cardinale, nei panni della nobildonna fedifraga, affascinante e coraggiosa, e un immenso Wolfango Soldati, nel ruolo di un agente americano che si rivelerà fondamentale per lo snodo narrativo degli ultimi 40 minuti (veramente da applaudire senza sosta). Damiani, in Goodbye & Amen, è bravo anche nel trasformare attori solitamente “caratteristi” in personaggi di rilievo: vedasi Renzo Palmer (Parenti, collaboratore di Musante), Fabrizio Jovine (il roccioso commissario Moreno) e Gianrico Tondinelli (il fragile amante della Cardinale). Da notare poi la presenza importante di John Forsythe (il patriarca di Dynasty) nel ruolo dell’ambasciatore Carson, e i cammei di due futuri attori illustri del cinema e teatro italiano, Alessandro Haber e Francesco Carnelutti. La componente femminile è dominata dalla Cardinale, ma trovano spazio anche Anna Zinnemann (la moglie di Lambert) e Angela Goodwin (la moglie dell’ambasciatore).
Il cast supporta alla grande i bellissimi dialoghi, secchi e pregnanti, accompagnati da sguardi ed espressioni che parlano almeno quanto i discorsi: memorabili, per esempio, gli scambi di battute fra John Steiner e gli ostaggi, quelli fra Musante e Soldati, e l’incontro di quest’ultimo con l’ambasciatore nella stanza del cecchino.
Alcune situazioni colpiscono poi per la loro incredibile potenza visiva. Pensiamo ai blitz degli agenti in tenuta antisommossa nei corridoi dell’Hilton. Pensiamo all’arrivo dell’elicottero per la fuga: sulle note martellanti dei fratelli De Angelis, esso viene inquadrato dall’alto, con un montaggio serrato e dinamico, mentre sorvola il Colosseo e Piazza San Pietro, per poi atterrare sulla terrazza dell’Hilton. E, soprattutto, pensiamo a tutta la parte conclusiva, con il geniale piano di fuga elaborato da John Steiner (lui e gli ostaggi vestiti con caschi e impermeabili neri in modo che la polizia non possa distinguerli), la contromossa di Tony Musante e il colpo di scena finale.
Come si diceva all’inizio, in Goodbye & Amen Damiani si concentra soprattutto sulla costruzione di un film spettacolare. Ma la denuncia politica, seppure più velata che in altri film, è comunque presente: i loschi intrighi dei servizi segreti (un po’ come ne I tre giorni del Condor di Sydney Pollack), i pericoli delle intelligence deviate, e, non da ultimo, l’ingombrante e misteriosa presenza della CIA in Italia.
Goodbye & Amen è un film realizzato ad alto budget, con grande dispiego di attori, mezzi e location (gran parte del film è stata girata proprio nel lussuosissimo Hotel Hilton di Roma): una delle sequenze più difficili da realizzare, come afferma il direttore della fotografia Luigi Kuveiller, è stata la sequenza finale, che, come prevedeva il copione, si è dovuta girare al buio nei corridoi dell’hotel medesimo. Il risultato strepitoso premia però tutti gli sforzi. “Questa operazione andrà a finire sui manuali”, dice nel finale Palmer a Musante riferendosi al suo piano: a chi scrive, piace pensare che sia una frase rivolta indirettamente anche a tutto il film.

Recensione a cura di:
Davide Comotti | Crea il tuo badge

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