lunedì 28 ottobre 2013

LA RIMPATRIATA (1963)



regia: Damiano Damiani
sogg. e scenegg.: D. Damiani
collab. alla scenegg.: Ugo Liberatore, Enrico Ribulsi, Vittoriano Petrilli
dir. fotografia: Alessandro D'Eva
musica: Roberto Nicolosi (la canzone "La rosa bianca" di José. Marti e S. Endrigo è cantata da Sergio Endrigo)
montaggio. Giuseppe Vari
scenografie: Mauro Bertinotti
costumi: Ebe Colciaghi
dir. di produzione: Bianca Lattuada
org. generale: Alberto Soffientini
aiuto regia: Mino [Guglielmo] Giarda, Jean Toschi
assist. regia: Fulvio Gicca Palli
isp. di prodzione: Armando Govoni, Attilio Torricelli, Giovanni Pecorini
seg. di edizione: Liana Ferri
operatore. Sergio D'Offizi
assist. operatore: Antonio Annunziata
fonico: Giulio Artoni
trucco: Telemaco Tilli
parrucchiera: Libiana Lombardo
sarta: Gianna Marchesani
fotografo di scena: Roberto Barbieri
interpreti: Walter Chiari (Cesarino), Francisco Rabal [doppiato da Giancarlo Maestri](Alberto), Leticia Roman [Letizia Novarese] (Carla), Dominique Boschero (Tina, "la triste"), Paul Guers [doppiato da Antonio Guidi] (Livio), Riccardo Garrone [doppiato da Roberto Villa] (Sandrino), Mino Guerrini [doppiato da Ettore Conti] (Nino), Jacqueline Pierreux (Lara, detta "il Larone"), Gastone Moschin ("Toro"), Cesare Barilli (Pino, il proprietario del bar), Teresa Frada (la bionda di Belluno), Mimma Di Terlizzi (Maria), Livia Contardi (Giulia, moglie di Cesarino), Mariam Omar Samanta (la ragazza di colore), Franco Moraldi (automobilista), Delia Bartolucci (donna disperata al telefono), Vincenzo De Toma, Misa Pesaro, Olivo Mondin, Marilena Possenti, Arnaldo Lucchini, Giuseppina Setti, Leonardo Satta, Gaetano Fusari.
Annotazioni: Distribuzione Warner Bros. Metraggio pellicola: 3.055. Durata: 109'. Visto di censura n. 40.641 del 25.5.1963. Prima proiezione pubblica: 19.9.1963. Registro Cin.co n. n. 2.886. Girato interamente a Milano e zone limitrofe nell'inverno del 1962. Alcuni interni negli studi Icet. Presentato al Festival di Berlino (1963) con segnalazione della Critica Cinematografica Internazionale. Incasso: 105.000.000 di lire. Leticia Roman [Letizia Novarese] è la figlia del noto scenografo e costumista Vittorio Nino Novarese.
prod.: 22 Dicembre (Milano), Galatea (Roma), Societé Cinématographique Lyre (Parigi), 1962
Pur coprodotto con una società francese, il film non risulta proiettato in quel Paese.


Potevate dirglielo in tutte le lingue al povero Damiano Damiani [Pasiano, Udine, in seguito Pordenone, 23 luglio 1922 - Roma, 7 marzo 2013] che il suo era un film con intuizioni geniali, anticipatore di un futuro amaro, doloroso e anche tragico, che stava lì dietro l'angolo. Per lui La Rimpatriata era "soltanto un film sull'amicizia... che poi fosse una metafora di qualcosa d'altro non lo so. Lo dite voi. Scegliemmo quella canzone stupenda, La Rosa Bianca, che apriva e chiudeva il film proprio perché parlava d'amicizia". Damiani dixit. E guai a parlargli di capolavoro. Sorrideva e si scherniva. Io glielo dissi che era un capolavoro. Lui mi gratificò con una dedica scritta: "Hai parlato troppo bene di me. Non so se me lo merito". La Rimpatriata è sì un film sull'amicizia, quella amata voluta calpestata tradita. Forse mai esistita. Ma è anche altro. Obbligatorio riguardarlo. Ai tempi passò inosservato. Lo vidi in un pomeriggio, fine 1963. In sala eravamo in sei. Io e cinque riserve del Bologna finite lì dopo l'allenamento. Che uscirono prima della fine. L'incipit è illuminante, con buona pace di Damiani, che, sornione, sapeva bene cosa ci avrebbe voluto dire. Una lenta panoramica ci mostra scheletri di grattacieli e palazzoni in costruzione. Siamo nel 1962: è l'immagine del boom economico. Ed è così per tutti i primi cinque minuti, quando vediamo Alberto (Francisco Rabal) camminare per una strada della periferia milanese avvolta dalla nebbia (stupendamente fotografata in b/n da Sandro D'Eva) prima di incontrare il vecchio amico Sandrino (Riccardo Garrone). Che sia inquadrato in campo lungo, in piano americano o in primo piano, la m.d.p. non tralascia il dettaglio dello sfondo con quei mostri di cemento non ancora terminati, quasi a suggerirci: attenzione, ficcatevele bene in testa queste immagini, non sono girate a caso. La spiegazione arriva alla fine ed è una delle ultime folgoranti frasi del film " costruiscono, costruiscono, ma il miracolo economico è finito, ce ne accorgeremo". E no, caro Damiano, hai bluffato. Questo non è solo un film sull'amicizia. Chi avrebbe messo in bocca ad un personaggio di un film datato 1962 quelle parole? Un profeta illuminato. Il tema dell'amicizia corre parallelo a quello della critica sociale, della visione disincantata di un mondo apparentemente sereno che sta degradandosi, impoverendosi, che sta per morire come quell'amicizia forse mai nata. Tutta illusione la felicità. Il soggetto, se non letto cum grano salis, può apparire banale. Alcuni amici prossimi ai quaranta che s'incontrano e decidono di passare una notte ripercorrendo la loro vita e cercando di divertirsi. Kasdan e Verdone, tanto per fare solo due dei cento nomi possibili, dall'argomento hanno tratto opere importanti. Più di vent'anni dopo, però. Alberto, un avvocato, incontra casualmente (ma forse non tanto) il vecchio amico Sandrino, un piccolo imprenditore con problemi economici. Decidono di passare una notte allegra insieme ad altri due compagni dei bei tempi andati, Livio, un affermato medico in crisi con la moglie e Nino, uno squattrinato figlio di papà, poco attraente ma convinto di essere un irresistibile tombeur de femmes. La serata va avanti stanca. Mancano le donne.  E chi può procurarle se non Cesarino. L'anello mancante. Cesarino il puro, il romantico, l'idealista. Cesarino che ha una moglie e un'amante (o viceversa), che ha figli suoi e non suoi, che ama le donne, tutte, di identico amore. E quelle sue donne sono anche amiche (la famiglia allargata, altra tematica non certo frequentata dal cinema italiano dei tempi). Lo vanno a cercare. Cesarino gestisce un piccolo cinema di periferia. Dopo un attimo di sincera sorpresa decide di unirsi ai quattro e si dà da fare per rintracciare donne, anche inventandosi numeri di telefono. Ne abbordano tre: una ragazzina con un debole per gli uomini maturi, una biondona svampita e una scombinata mora bisognosa d'affetto (e non solo).  Ora la notte sembra prendere la piega giusta. I presupposti ci sono tutti. Non sarà così. Antiche incomprensioni, rancori non sopiti ben presto affiorano. Una ad una le ragazze se ne vanno. Rimasti soli i cinque hanno la bella di idea di andare a cercare Lara, una vecchia fiamma di tutti ora ridotta a prostituirsi con camionisti di passaggio lungo uno stradone che porta a Lodi. La poveretta li rifiuta. L'incorreggibile Cesarino le dichiara il suo amore, non l'ha mai dimenticata, le vuole ancora bene. Alcuni stizziti camionisti lo prendono a botte, quasi lo massacrano. Gli amici non intervengono. E' l'alba. Cesarino, barcollando se ne va. E' fin troppo evidente che non si vedranno mai più. Significativo che come nel "Sorpasso" di Dino Risi a soccombere sia l'idealista, mentre il cinico o i cinici in qualche modo continueranno la loro esistenza, fra furberie e compromessi. Sarà l'Italia del futuro.
Attori in stato di grazia. Sopra a tutti un grandissimo Walter Chiari, qui forse nella sua più intensa e convinta interpretazione. Il suo Cesarino non si dimentica facilmente. Eccellenti tutti gi altri, con menzione speciale per Jacqueline Pierreux, una donna atrocemente sconfitta dalla vita. Da segnalare il neo regista Mino Guerrini, qui nel suo unico ruolo attoriale da co-protagonista. Straordinari i tre minuti concessi ad un immenso Gastone Moschin. Che dire d'altro? Chapeau, maestro Damiani.

Recensione a cura di:
Roberto Poppi | Crea il tuo badge

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